Correzione: il giorno 18 sono alla FNAC di Milano, non di Napoli, non mi ricordo se alle 17,30 o alle 18.
Altra correzuione A Senigallia gli incontri avverranno in mattinata in biblioteca, il primo alle 9, il secondo alle 11,30, non in libreria.
Gli ultimi incantesimi extended version.
i due capitoli insieme.
Vanno inseriti perima del capitolo Il ritorno del re.
Skardrail è il soldato che si accorge della presenza di Rankstrail e dell'incendio.
IL RITORNO DEI RE.
Ai re, coloro che, nelle catastrofi,
si assumono la responsabilità e ricostruiscono la speranza.
Ai resistenti.
Capitolo 1
Stambo lo Strambo.
...tre quarti uomo un quarto elfo…
1
Stambo era un nome insolito e scomodo. Assonava con strambo. La maledizione dei nomi insoliti, quelli che permettono una qualche battuta di spirito, è che a nessuno viene in mente che la stessa battuta l’ha già fatta qualcun altro. O qualche decina di altri. O qualche centinaia di altri.
«Stambo lo Strambo», era quella che veniva in mente a tutti.
«Ehi, Stambo, su che aveva battuto la testa tua madre quando ti ha scelto il nome? » era anche una delle più usate.
«Ti hanno guardato e hanno deciso il nome?» era la terza battuta in ordine di frequenza , insieme a
«Non sai pronunciare la erre?»
Stambo era il nome del primo re elfico della città di Daligar, colui che aveva forgiato una spada e una corona dove tralci di edera d’oro smaltato in azzurro si intrecciavano. Questa secoli prima, al tempo della potenza degli Elfi.
Ora il tempo della potenza degli Elfi era finito. C’era stato qualche secolo grigio, e miserabile, poi persecuzione dopo persecuzione, era finito anche il tempo dell’esistenza degli Elfi. Resisteva solo qualche sparuto discendente mezzo elfo e mezzo uomo, o tre quarti uomo e un quarto elfo come Stambo. Tra i mezzo sangue le donne erano quelle che conservavano la maggior parte dei poteri: spesso chiamate streghe, erano buone guaritrici, non solo perché conoscevano i nomi delle erbe, ma perché la loro mente creava un’armonia che aiutava le carni ferite o malate a ritrovare la strada verso la grazia perduta. Come gli Elfi, le loro figlie mezzosangue avevano la capacità di spostare il calore, così che un fuoco potesse crearsi o estinguersi solo con la forza dell’intento, del volerlo. Stambo, con il suo quarto di elfo, dell’annientata genealogia conservava parecchie doti di conoscenza e abilità, e benché maschio, aveva anche qualche potere, poca roba, la capacità di accelerare un poco la guarigione delle ferite, un po’ di controllo del calore.
Dell’antica genealogia conservava qualche oggetto, libri, un flauto, un arco, una specie di padella piatta per cuocere il pane, monetine, un sigillo, il suo nome da re, Stambo lo Strambo, poverino non sai pronunciare la erre. Portava nel suo nome irrisione e miseria ma anche il seme di un antica grandezza.
«Come un ghianda accolta in una bisaccia di buon cuoio, piccola, vecchia, lisa, ma con le impunture fatte con un filo d’oro di antico splendore. Può essere nulla, può diventare una quercia », diceva suo nonno, che quel nome glielo aveva scelto, senza che mai venisse alla sua eterea mente di Elfo, l’idea di tutte le infinite celie che gli uomini non avrebbero risparmiato. Peraltro, alla fine, il nome per Stambo era risultato essere anche una scorciatoia per distinguere rapidamente gli aggressivi dai miti, e per identificare chi ancora conservava la conoscenza delle antiche grandezze e quindi condivideva le sue appartenenze.
«Stambo! Un nome regale! », sussurrava a volte qualcuno, e Stambo sapeva di essere in presenza di un confratello, un altro maledetto dalla vita e dagli uomini, forse da Dio, un altro impegnato nella difficile arte di sopravvivere con il sangue degli Elfi nelle vene.
Stambo aveva trascorso prima infanzia, seconda infanzia e primo pezzo dell’adolescenza in un nido di vespe di grandezza talmente straordinaria da diventare epica, il più grande nido di vespe dall’inizio del mondo. Suo nonno viveva lì dall’età di seicento anni o forse dall’età di settecento. Sul secolo giusto di età del nonno. Stambo si confondeva: con l’età degli immortali era facile confondersi, bisognava tenere a mente ere invece che pochi decenni come per gli sciagurati e barbari uomini. Il secolo precedente al suo istallarsi nella grotta, il nonno lo aveva vissuto sulle montagne convivendo con un branco di lupi, lo stesso branco che poi lo aveva seguito nella grotta, scelta come luogo per svernare.
Quando il nonno si era istallato nella grotta, ci aveva trasportato libri e pergamene, penne, inchiostro, il liuto l’arpa e il flauto. Decennio dopo decennio, con comodo, il nonno aveva piantato lattuga e zucche in file ordinate, un frutteto, campi di grano, mais e una vigna ed aveva vissuto, lì, secolo dopo secolo, mentre, forse, chissà, vaghissimi e lontani echi gli erano arrivati dei villaggi bruciavano e degli Elfi che morivano, essendo la loro immortalità una resistenza perpetua alla senescenza e all’infermità, non uno scudo alle roncole, alle falci e al fuoco. I barbari umani usavano i loro pochi decenni di vita per massacrare i colti, raffinati immortali, che erano rimasti a farsi massacrare con elegante noncuranza. In tutto questo il nonno aveva suonato il liuto, composto canti, scritto libri di osservazioni sul movimento degli astri.
2
La casa, ma la parola tana forse era più corretta, dove Stambo era cresciuto e dove il nonno aveva vissuto centinaia di anni, era quindi la grotta che ospitava il più grande nido di vespe che fosse esistito dall’inizio del tempo. Si trattava di un unico nido, smisurato, che tappezzava con le sue cellette esagonali l’imbocco di una frastagliata e inospitale caverna, perduta e nascosta in una minuscola, stretta e disabitata valle. La spelonca era irta di stalattiti, stalagmiti, gelida, grondante e immensa. Le armirie crescevano lentamente.
Il nido si era formato minuscolo e quasi invisibile l’estate della caduta della città di Daligar in mano agli Orchi, per poi aumentare, anno dopo anno. Era grosso poco più di un pugno quando sire Arduin aveva riconquistato la Terra degli Uomini e ricacciato gli Orchi oltre i loro confini, grande come due mani affiancate quando il primo decreto contro gli Elfi, quello che li escludeva dalle cariche pubbliche, era stato firmato. Occupava già tutto l’antro quando era stato firmato il secondo decreto, quello che imponeva agli Elfi di consegnare tutte le armi. Da quel momento il nonno, con i suoi archi, era diventato ufficialmente un fuorilegge. Gli archi erano due: il più prezioso ornato di foglie di edera d’oro smaltate di azzurro, il secondo più sobrio, per l’addestramento, semplicemente incrostato d’argento. Quando era arrivato il terzo decreto, quello che rinchiudeva gli Elfi in villaggi speciali, miserabili e cintati, i luoghi per Elfi, dove avrebbero potuto crepare di fame e di stenti senza offendere lo sguardo di nessuno, il nido delle vespe armirie era talmente grande, talmente orridamente pericoloso, che avrebbe potuto fermare un esercito.
Si trattava di vespe rare, di antica genealogia anche loro, dette in elfico appunto armirie, le insonni, per la capacità di non arrestare mai l’attività nemmeno nelle ore notturne. Il ronzio e il pericolo continuavano inarrestabili dalla primavera al primo autunno con la luce del sole e con quelle delle stelle.
Le vespe terrorizzavano gli uomini.
Ognuna delle loro punture era dolorosissima, lasciava un’arrossata piaga che ricordava più il marchio del fuoco che l’incontro con un insetto. L’aggressione dello sciame era sicuramente mortale, ed era una brutta morte. La convivenza era uno scambio alla pari.
Le vespe proteggevano il nonno, la cui mente aveva un controllo totale sul fuoco, il loro unico possibile nemico. Era capitato, nel giro dei secoli, di qualche mercante di pelli a caccia di animali o qualche cacciatore di taglie a caccia di Elfi, trovasse la grotta, con il suo mastodontico brulichio. L’orto, il frutteto, la vigna, i campi di mais e fagioli erano nascosti da una palizzata naturale di rocce verticali, diventavano visibili solo a chi si fosse avvicinato ala grotta, e l’avvicinarsi era impossibile. Dopo aver pagato con punture penose il tentativo fatto con frecce incendiarie e torce di bonificare il luogo, tutti erano scappati terrorizzati da quel luogo stregato e maledetto, inseguiti da milioni di ali, tutti rinunciavano e la valle con la grotta ritornava nell’oblio, assente da tutte le mappe e da tutti i racconti.
Dividendo la stessa grotta, il nonno e le armirie erano diventati l’unico Elfo ancora vivo e il più grande assembramento di vespe della Terra degli Uomini.
Il nonno aveva la capacità nella sua mente di creare un equilibrio tra la sua volontà e quella delle vespe. Ne controllava completamente il movimento, il nido era un unico organismo ai suoi ordini. Era anche in grado di proteggere coloro che vivevano con lui, il nipote per esempio, nei suoi ultimi anni. Solo nella veglia, però. Quando i suoi occhi, stanchi per tutte le stelle osservate e tutti i poemi composti, si chiudevano nella dolcezza del sonno, e la sua mente lasciava le vie certe della logica per le confuse lande del sogno, le vespe ritornavano quello che erano: minuscoli e pericolosi animali in grado di infliggere una dolorosa piaga a chiunque facesse un gesto malaccorto nei loro confronti. Non colpivano mai il nonno, nemmeno se dormiva, ma gli altri abitanti della grotta erano senza difesa.
Di inverno, quando finalmente le vespe morivano uccise dal vento gelido, dai monti innevati calavano i lupi. Il nonno aveva vissuto insieme ai lupi per un centinaio di anni, secoli prima, e generazione dopo generazione continuava il patto di fratellanza. Annegata nella neve, la valle diventava irraggiungibile, ma nell’improbabile caso qualche uomo fosse riuscito a scalare le pareti di neve che la chiudevano, avrebbe trovato i lupi. Ospitati nella caverna, i lupi la proteggevano dagli uomini in attesa della primavera, quando le minuscole larve delle vespe si sarebbero svegliate alla vita. Anche con le loro menti il nonno aveva creato una vibrazione armonica, ed essendo la mente dei lupi più grande e forte di quella delle vespe, una mente pensante, l’amicizia restava anche quando il nonno scivolava nel sonno. I lupi erano sempre lupi, pericolosi e irascibili, ma di loro ci si poteva anche fidare.
Alla nascita di Stambo suo nonno aveva milletrecento anni. Aveva passato milleduecento anni a meditare sull’eventualità di diventare padre, ed era stato il destino a concludere l’indecisione e a spingerlo alla scelta. Il nonno era nato agli sgoccioli del periodo d’oro, poi i suoi milleduecento anni di vita gli avevano permesso di assistere agli anni della decadenza da cui si era passati a quelli del disastro, che non erano stati il peggio perché poi si era sprofondati nella catastrofe. Nel momento in cui finalmente la decisione maturò, gli Elfi si erano estinti, i maschi massacrati fino all’ultimo a colpi di spada, roncola, ascia, le donne e i bambini rinchiusi in quelli che erano stati chiamati luoghi per Elfi, brulle sassaie cintate e guardate da armati, dove tutto quello che avevano potuto fare era stato morire di fame.
Rimasto uno degli ultimi, il nonno si era inevitabilmente accontentato di una creatura umana, una povera pastorella braccata da una pattuglia di Orchi sconfinati da Malevento che era approdata alla sua grotta e ci era rimasta non sapendo dove altro andare. Le vespe l’avevano protetta dagli Orchi e la mente del nonno la aveva protetta dalle vespe e la pastorella era rimasta. Aveva scambiato il nonno per un uomo giovane, particolarmente bello e straordinariamente gentile, scoprendo di vivere con un Elfo solo quando la figlia che avevano avuto stava già cominciando a gattonare. La bimba controllava la mente delle vespe, poco, in maniera confusa, solo durante la veglia. Ed era una bambina. Una bimba piccola, crudele, innocente e incolpevole come sono i bimbi piccoli, ma non altrettanto impotente. La prima collera contro la propria madre, che aveva deciso di svezzarla giudicandola troppo grande per continuare ad essere allattata, si era risolto con un’aggressione, la bimba aveva scatenato le vespe. Era stato un attimo, al primo urlo della madre la bambina aveva smesso, e il tutto era stato seguito da pianti di colpa, certo, ma la donna si era resa conto che la convivenza aveva implicazioni inquietanti e intollerabili. Doveva essersi chiesta cosa sarebbe successo al primo scapaccione, alla prima sgridata.
A quel punto, forse esasperata dalla menzogna, sicuramente esasperata dalle vespe, che infierivano su lei o la bambina un volta a notte se andava bene, la donna si era presa la sua creatura e se ne era andata.
«…Una bambina che può fare una cosa così non cresce bene…Voglio dormire una notte intera senza pianti…voglio che ha una nonna, cugini, vicini di casa, voglio che è normale, torno da mia madre. Le dirò che ho incontrato un cacciatore e che ora morto, nessuno ti viene a cercare. Non voglio che mia figlia viene su in mezzo alle vespe. Non voglio che sta con un padre che tra cento anni è vivo e sembra più giovane di lei…», aveva detto al nonno, addolorato, certo, molto addolorato, che ricordava il discorso parola per parola, ma che non aveva preso la decisione di abbandonare la grotta per seguirle.
Al momento del distacco, la bimba, futura madre di Stambo, non sapeva camminare, ma era un bimba di sangue elfico, con una memoria totale, un pensiero già lucido ai primi istanti di vita, una piccola strega nel linguaggio degli uomini, che aveva conservato nella memoria la ronzante tana dei suoi primi mesi.
Stambo non sapeva nulla della vita di sua madre. Sedicenne, sua madre, incinta di lui, nella sua fortunosa fuga lontano da uomini armati di torce e forconi che volevano distruggerla in quanto strega, era tornata dal proprio padre. Era tornata a casa, ne aveva raggiunto la soglia e lì aveva partorito tra le braccia del vecchio Elfo, che sembrava suo coetaneo e invece era suo padre, per poi morire, senza aver spiegato di chi fosse figlio il bambino.
Stambo si rendeva conto di quanto doveva essere stato tremendo. Non aveva nessun dubbio su questo.
Avrebbe solo voluto che suo nonno glielo raccontasse un po’meno, un po’ meno spesso, e con una minore dovizia di particolari.
3
Se la sua mente del nonno si trovava in perfetta armonia con quella delle vespe, la controllava e la guidava, lo stesso non era per Stambo. Il nonno si muoveva incolume in mezzo al nido, dove incolume aveva gattonato la madre di Stambo. Stambo aveva passato la prima infanzia a piangere per le dolorosissime punture, poi aveva imparato a non piangere.
Stambo odiava le vespe. Il nonno le amava. Ogni vespa era un minuscolo soldato ai suoi ordini che teneva lontano qualsiasi uomo.
«Sempre meglio degli Uomini», lo consolava il nonno dolcemente a ogni piaga che si formava dopo una puntura, e di cui il tocco delle sue mani attenuavano io dolore e acceleravano la guarigione. « È anche un esercizio di disciplina per te stesso imparare a dormire immobile, senza starnutire o tossire mai».
«Certo», rispondeva Stambo inghiottendo le lacrime.
Mangiare era un’attività complessa. Bisognava avvolgere quello che si stava mangiando in uno strofinaccio bagnato, perché il suo odore non arrivasse alle rognose coinquiline, dopo essersi rifugiati in fondo, in mezzo alle stalattiti, sdraiati tra una stalagmite e un'altra.
Finalmente con i primi freddi le insonni creature rendevano l’anima, lasciando in eredità al mondo, custodite in minuscole cellette esagonali del loro tentacolare nido, piccole larve bianche ognuna delle quali sarebbe diventata un’armiria, un’altra insopportabile vespa insonne, pericolosa, velenosa, e irascibile, insieme alla quale convivere con pazienza e tolleranza al dolore.
Defunte le vespe armirie dai monti innevati e gelidi calavano i lupi ed erano loro i nuovi inquilini, conviventi bruschi e irascibili, anche questi con notti pericolosamente insonni.
Il nonno aveva una relazione personale con ogni lupo della regione. I lupi, era evidente, non erano sempre gli stessi, ogni decina d’anni un lupo moriva, lasciando i suoi discendenti, mentre il nonno era sempre vivo, sempre lui, da secoli. Ma se i componenti nascevano, vivevano e morivano, il branco era sempre lo stesso, come sempre lo stesso è un popolo, una nazione, millennio dopo millennio, e sempre nel branco c’era una parte dei lupi che aveva nella memoria il nonno e che faceva da tramite con i lupi giovani, i nuovi nati. Anche la mente dei lupi era aperta a quella del nonno, anche loro erano fraterni amici ai suoi ordini, che mai lo avrebbero toccato e lo amavano di un amore profondo che però Stambo non era sicuro si estendesse al resto della famiglia. Ognuno dei grossi maschi aveva avuto il nome di un antico re elfico, le femmine erano state chiamate con nomi di infiorescenze e piante, nonostante le mandibole spaventose, con le zanne giallastre dove a volte, incastrati, restavano frammenti di carne putrida. Stambo era tollerato, ma anche qui, movimenti dolci, voce bassa, abitudine a condividere tutto il suo cibo con i nuovi venuti, sempre però senza aspettarsi niente in cambio
Sarebbe bastato allontanarsi dalla grotta, ma per il nonno era impensabile e forse aveva ragione lui. Ovunque gli Elfi erano stati massacrati. Nella grotta, convivendo con le vespe e i lupi, mangiando patate dolci, cavoli e qualche pomodoro, il nonno era sopravvissuto. Compagnia nessuna, cibo scarso, freddo molto, piaghe qualcuna. In compenso conoscenza e musica a volontà. La grotta era un tripudio di libri e spesso il flauto del nonno allietava le sere coprendo il ronzio. Il nonno aveva insegnato le scienze e le arti a Stambo con infinita delusione, sempre rinnovata e sempre manifestata. Il bambino era Elfo solo per un quarto. Quando era riuscito a scrivere il proprio nome aveva già quattro anni.
«Alla tua età avevo scritto i miei primi versi», aveva detto il nonno addolorato.
All’età di sei Stambo aveva suonato il suo primo brano con l’arpa. Il nonno aveva chiarito che a quell’età aveva composto il suo primo pezzo per quartetto.
Stambo era un buon guaritore. Guardandosi una ferita riusciva a farla guarire nella metà del tempo necessario, ed aveva un controllo del calore sufficiente a cuocere il pane su una piastra di rame: veniva buono come fosse stato cotto in un forno, perché la sua mente impediva al calore di disperdersi, le pareti di mattone facevano per il forno. La piastra era un manufatto elfico di antiche origini, e portava su entrambe le facce inciso il disegno della spirale logaritmica, cuore del guscio delle chiocciole e dell’universo, il simbolo elfico dell’infinito.
«È una qualità utile», lo elogiava il nonno, mentre con la mente accendeva i granelli di pulviscolo creando centinaia di minuscole fiamme che danzando a spirale illuminavano la notte. «Non sempre si può avere un forno a disposizione. Sei fortunato, puoi considerarti benedetto dalla sorte».
«Certo», rispondeva Stambo. Il nonno cuoceva il pane in pochi istanti, dall’interno, guardandolo. Quando cercava di fare i complimenti era comunque meglio di quando sospirava: Stambo era in grado di apprezzare lo sforzo.
Il nonno cercava anche di spiegargli la realtà e la storia.
«…Elfi, Uomini Orchi e Nani. Ognuno un elemento: l’aria per gli Elfi, il fuoco per gli Orchi, la terra è dei Nani, l’acqua è degli Uomini. … Esisteva una profezia, molto antica: nel momento del pericolo supremo, davanti al rischio di sterminio del suo popolo, il re dei Nani avrebbe incontrato il re degli Elfi nel territorio oscuro dei sogni, ognuno avrebbe dato all’altro quello che l’altro non possedeva. Un congiungimento avrebbero detto gli Elfi, una fusione, come il rame e lo stagno per fare il bronzo, avrebbero detto i Nani. Le due menti sarebbero diventate una, ogni notte, ogni incontro, ma non è mai successo. Gli Elfi si stanno estinguendo, i Nani sono ridotti a un popolo di schiavi. Non esiste più nessun re degli Elfi, nessun re dei Nani. Il mondo sta perdendo la sua forza. La barbarie lo travolgerà. La ferocia è un’assenza. Il guerriero ideale non è un guerriero disarmato, non più in grado di proteggere nessuno, ma un guerriero che combatte per amore e non per odio. Ma non c’è. La profezia non si è mai avverata. Gli Elfi sono morti e i Nani stanno morendo. La ferocia del mondo sta aumentando. La crudeltà è una mancanza. Il male è una mancanza. Il dolore è una mancanza. Il mondo si sta svuotando della sua magia …Gli Uomini sono d’acqua. La loro forza nasce dalla duttilità, credo che voglia dire questo, o forse è un’allusione che gli Uomini traverseranno il mare».
«E noi i mezzosangue?», Aveva chiesto Stambo.
Il nonno aveva pensato un istante, poi aveva risposto gentilmente.
«Voi siete onde. Quando vedrai il mare, resterai a guardare le onde, queste masse di acqua possenti, invincibili che si girano su sé stesse, formando per un istante il cuore di una spirale, acqua e aria insieme, che si infrangono in milioni di gocce, si infrangono nella spuma. Nulla sotto il cielo è altrettanto bello da guardare, da respirare, da toccare. Avete una stigmate, tutti voi, senza eccezione: una luminescenza dei vostri capelli quando sono sotto una luce obliqua, il tramonto, l’alba, la luna quando è bassa sull’orizzonte».
Per una volta Stambo si era sentito felice.
«Gli Orchi in passato hanno condiviso la grandezza degli Elfi, secondo alcuni gli Orchi sono Elfi caduti. Nell’antica lingua Orco ed Elfo avevano la stessa grafia. Gli Orchi hanno avuto il dono della conoscenza, l’anticipazione del futuro, ma la perdono nella barbarie, nella crudeltà. Solo se è stato toccato dalla misericordia un Orco può sviluppare la comprensione che passa per le pieghe del tempo e diventa un guerriero invincibile, che sa dove passerà la freccia prima che sia scoccata. Diventano cacciatori che sanno dove passerà la lepre un istante prima di vederla».
«Esistono mezzo sangue orchi?», aveva chiesto Stambo.
Il nonno aveva aspettato a lungo prima di rispondere. Un ruga si era formata un istante sul suo volto giovanissimo. La domanda doveva essere stata sconveniente.
«Le scorrerie degli Orchi sulle frontiere hanno lasciato figli non voluti nel ventre delle donne degli Uomini. Figli nati contro la volontà delle madri, che avrebbero voluto strapparsi il cuore dal petto e sostituirlo con una pietra, piuttosto che partorirli», aveva sussurrato il nonno.
«Che fine fanno quei bambini?», aveva chiesto ancora Stambo.
«Molti vengono uccisi, annegati. Altri diventano uomini e donne non voluti. Le donne fanno la fine delle donne che nessuno vuole, gli uomini finiscono sulle forche, nelle prigioni, tra i mercenari. Dicono che siano buoni soldati, non hanno paura di morire. Dicono che siano buoni soldati perché ognuno di loro, per il solo fatto di essere vivo, è stato toccato dalla misericordia della propria madre che non lo ha ucciso e hanno il dono di una breve preveggenza. Sanno dove passerà la freccia prima che sia scoccata. Sanno da dove spunterà il nemico, prima che il nemico decida dove passare».
«Esistono mezzo sangue che abbiano discendenza dagli Orchi e dagli Elfi?», chiese ancora Stambo. Nonostante i secoli di esistenza al mondo il nonno allargò le braccia e alzò dubbioso le sopracciglia.
«Ho solo sentito una voce, una sola, un migliaio di anni fa, alla corte di Daligar, un vecchio saggio, uno degli Elfi che esistevano già quasi dall’inizio del mondo, aveva sostenuto che una progenie può nascere solo se concepita senza violenza né odio e saranno esseri con un dono speciale, quello del fuoco. Nel fuoco leggeranno brani di quello che è stato, quello che è e quello che sarà, spezzoni di conoscenza, frammenti di consapevolezza. Nel fuoco, molti di loro, vedono la propria morte, conoscendola quindi in anticipo, così da avere il tempo necessario per imparare a non temerla».
Nella convivenza con il nonno Stambo aveva sperimentato, ambedue enormi, l’essere amato e l’essere disprezzato. Non c’era nessuna vera contraddizione tra le due cose, l’amore non escludendo il disprezzo. Suo nonno amava lui con un amore incondizionato e per lui sarebbe morto, in effetti alla fine per lui morì davvero, rinunciando alla sua vita immortale. Questo non escluse mai che per ogni singolo istante della sua vita considerò Stambo con la condiscendenza che normalmente si riserva al micio di casa. Era un uomo, praticamente privo di poteri, salvo forse qualcosa, una certa capacità di curare e qualche sussulto di capacità sul controllo del calore, completamente privo di conoscenze, salvo quello che riusciva a memorizzare con i faticosi e lenti sistemi degli uomini, leggere, rileggere, ripetere.
Il nonno possedeva un arco e aveva una mira infallibile, con cui si divertiva a centrare una foglia che cadeva, uno stelo d’erba nel vento. Come ogni Elfo il nonno non poteva uccidere nessuna creatura senza sentirne la morte nella propria mente, non si nutriva di nulla che avesse mai pensato, il suo arco serviva per addestrare il pensiero a centrare il bersaglio con la forza dell’intento.
Stambo aveva fame. Quando guardava i lupi dilaniare le prede che portavano alla tana, mischiata alla nausea c’era un’ancestrale autentica fame.
Stambo anche, aveva una mira straordinaria. Si era appropriato dell’arco da addestramento, quello incrostato d’argento, e lui l’arco lo usava, di nascosto del nonno, o, meglio, senza la sua approvazione, per abbattere qualcuno dei grassi fagiani che volavano maestosi, o le piccole deliziose quaglie, tutte creature che avevano pensato, e avevano sofferto nel morire, come mestamente sottolineava il nonno, ma erano maledettamente buone, e anche Stambo sarebbe morto se fosse campato solo a grano e melanzane.
«Le mandorle possono sostenere, non meno dell’orribile carne», insisteva il nonno. «Abbiamo tre alberi di nocciolo e un noce. Sono frutti preziosi, ricchi, incantevoli di sapore».
Stambo continuava a cacciare i volatili. Li colpiva con una sensazione di colpa assoluta, ma piena di gioia. Ci affondava i denti con una gioia colpevole, ma assoluta. Usava le piume per imbottirsi la giubba, così che finalmente poteva non crepare dal freddo. Di tanto in tanto, silenzioso e terrorizzato, raggiungeva il mercato che si faceva a ogni luna al villaggio degli uomini, a tre giorni di marcia dalla grotta. All’ultimo istante, perché fosse fresca, abbatteva un po’ di cacciagione e la scambiava con qualche spanna di stoffa, qualche utensile, un po’ di sale. E qualche notizia anche, su come andava il mondo, orecchiata dalle conversazioni altrui, senza mai chiedere nulla a nessuno. Il mondo degli Uomini non aveva un re. Il comando era tenuto da colui che era stato il grande inquisitore, che lo esercitava come Giudice Amministratore, troppo modesto per chiedere il titolo di re al consiglio dei nobili, in realtà troppo scaltro per affrontare una votazione che non lo avrebbe eletto mai. Le campagne agonizzavano nella misera, le città agonizzavano nella fame. Spolpati da tasse atroci, i padri di famiglia avevano la scelta tra cercare di nascondere qualcosa, rischiando la morte e la deportazione, o vedere i propri figli spegnersi per gli stenti. Ovunque era proclamata una congiura degli Elfi, causa di ogni male, di ogni iniquità, di ogni starnuto, di ogni moria di polli, e, soprattutto della pioggia. La pioggia era sempre caduta, in autunno un po’ più spessa, in estate più estate e tenue, era anche una benedizione la pioggia, senza sarebbero tutti morti in un deserto infuocato. Un anno maledetto, Stambo ne aveva dodici, la pioggia non smise, sommerse tutto. Per sette anni interi la terra degli Uomini ne fu inondata. Profughi giunsero al villaggio e alla valle dalle piane sommerse, la gente si accoltellava per sottrarsi qualche patata. La piccola grotta nella sua alta valle si salvò da tutto, restò al di sopra dell’acqua, al di fuori dei sentieri battuti. Stambo a volte andava al villaggio per regalare pannocchie e nocciole. La gente ricambiava benedicendolo e augurandogli che mai gli Elfi maledetti gli traversassero la strada. Poi la pioggia finì, come era cominciata, lasciandosi alle spalle un mondo grondante e ancora più miserabile, dove di Elfi non ce n’era più nessuno, perché li avevano sterminati. Probabilmente era per quello che la pioggia era finita, osservarono in molti, e il potere del Giudice Amministratore aumentò a dismisura, entrando in ogni casa, attorno ai camini, dentro le pentole delle cucine. Visto che non c’erano più Elfi da annientare, gli Uomini si annientarono gli uni con gli altri. Cominciò la delazione. Tutti denunciavano tutti, per un pezzo di pannocchia o per nulla. La gente veniva trascinata via dalla sua casa dagli armigeri per sparire chissà dove, portata in luoghi da cui non sarebbe tornata.
«Un Elfo è rimasto, dicono», raccontò un viandante. «Vive sul mare dall’altra parte delle Montagne Oscure, chi se ne frega, finché resta lì non dà fastidio. Gli uomini del Giudice ce l’hanno messa tutta ad ammazzarlo, ma quello era un maledetto con la spada e poi dalla sua aveva un drago. Il drago però lo hanno scannato, quello almeno, dicono sono stati i mercenari, i mercenari sono tutti delinquenti però sono dei duri… ».
Stambo taceva e non commentava mai. L’immagine di questo Elfo guerriero lo affascinava, ma non voleva abbandonarsi all’illusione di credere alla sua improbabile esistenza.
Più di una volta si accorse che le fanciulle lo guardavano e da quello comprese di essere molto bello, non come il suo magnifico nonno, certo, ma molto bello per un uomo.
Fuori dalla grotta era un uomo straordinariamente bello, incredibilmente colto, che suonava divinamente il liuto e con una mira infallibile. E la fanciulla che vendeva il formaggio di capra, con gli occhi verdi sotto i riccioli neri, un paio di volte aveva incontrato il suo sguardo per abbassare immediatamente il suo, in un rossore diffuso.
Il mondo degli Uomini era terribile, pericoloso, ma era un mondo dove si poteva vivere, e lui avrebbe potuto viverci, con precauzione, certo, ma forse amato, probabilmente ammirato, senza vespe e senza lupi, mangiando di tanto in tanto mezzo pollo, con qualche patata, seduto a tavola apparecchiata, senza doversi nascondere come un assassino di bambini. Un mondo dove una fanciulla lo guardava piena di ammirazione e, soprattutto, deliziosamente intimidita.
Stambo si era anche abituato a convivere con le vespe e i lupi, ma la solitudine gli era ogni anno più insopportabile. Quando arrivò ai diciannove, non ne poté più. Lui non avrebbe aspettato un giorno di più per chiedere a una sposa di dare alla sua vita la luce che non aveva mai avuto.
3
Stambo scappò una notte di primavera, mentre una luna enorme illuminava nella grotta il sonno sereno di suo nonno. Lasciò la lettera che aveva preparato e con infinita nostalgia e altrettanto sollievo se ne andò. Percorse i tre giorni di marcia con la nostalgia e il sollievo che si univano a una sensazione nuova. L’odore della terra e dell’erba lo stordiva come non mai.
Al villaggio lei era lì, come sempre, con le sue formaggelle di capra. Lei si chiamava Liliak.
E quando sentì il nome Stambo, disse che era bellissimo.
Scapparono quella notte stessa e prima dell’alba si trovarono inseguiti da tutto il villaggio, cui si aggiunsero altri due villaggi nel giorno successivo.
Troppo bello e con una mira infernale, quello che era sempre pieno di fagiani da vendere, mentre tutti gli altri era grasso che colava se prendevano un topo.
Mezzo elfo.
Una delle loro donne rapita da un mezzo elfo.
Era venuto di notte, doveva averla addormentata suonando il flauto, o forse l’aveva legata, probabilmente l’aveva addormentata e legata, comunque rapita contro la sua volontà, questo era certo perché nessuna donna poteva avere la volontà di seguire un mezzo elfo, cosa poteva fregargliene a una donna, che uno fosse maledettamente bello, suonasse il flauto come un semidio, e tirasse con l’arco senza sbagliare maiil che voleva dire che a campare con lui si mangiava quaglia tutti i giorni
Stambo e Liliak scapparono. Inseguiti di giorno e di notte. Di notte era più facile: gli inseguitori avevano le fiaccole, di giorno era più difficile: potevano trovarsi di fronte a gente armata di forconi e roncole a ogni curva.
Crollarono per il sonno.
Li presero.
«…Ehi, questo bastardo ha un arco che c’è sopra dell’argento…ci paghiamo le tasse quest’anno e quello dopo…e manco lo sapevamo che tenevi un arco d’argento…».
Stambo stava diventando una festa. Si ritrovò legato a un albero, con una fascina di legna secca sotto i piedi, dopo essere stato massacrato di calci e pugni. Qualcuno accese il fuoco, Stambo sentì un’unica fiammata, poi tutto si spense, improvvisamente, da solo, senza né vento né acqua. Il calore era stato tolto. Le palpebre erano gonfie, ma Stambo riuscì ad aprirle. Vide i lupi e dietro i lupi la chioma color argento di suo nonno.
I lupi combatterono per lui. Vide suo nonno puntare il suo arco incrostato d’oro contro il cuore del capo degli aggressori, e restare lì, senza riuscire a tirare, ma creando una situazione di stallo. Liliak si liberò, si appropriò di un’ascia e con un unico colpo sulle corde di Stambo le tagliò, facendo volare schegge di corteccia dappertutto. Stambo ricuperò il suo arco e la faretra.
«Via di qui, e subito. Via, ora», disse la voce del nonno, forte come non mai, autoritaria come non mai, irriconoscibile. Forse per il terrore, forse per il coraggio, il viso del nonno per la prima volta in più di una decina di secoli stava invecchiando, smettendo di essere il viso di un ragazzo per diventare quello di un uomo: una profonda ruga da uomo era comparsa tra le sopracciglia. «Fiorella, Genziana e Mandulus, con loro», ordinò ancora.
Stambo e Liliak fuggirono, seguiti dai tre lupi. Fuggirono, zoppicando e tenendosi per mano, per non perdersi nel buio, per non perdersi nella notte, per non perdersi mai, le mani madide di sudore gelido che si stringevano e si staccavano solo per qualche istante, nel ripido dell’arrampicata, e poi subito si ritrovavano. .
«Guarda l’arco, è d’oro, guarda, vale una fortuna…», urlarono voci dietro di loro.
Stambo capì che nessuno li avrebbe inseguiti. L’arco del nonno era un tesoro eccessivo perché qualcuno potesse staccarsene.
Si arrampicarono su per le rocce che dominavano la radura.
Il nonno e quello che restava del branco dei lupi coprirono la fuga. Per un po’, almeno, poi la sorpresa finì, la brama di oro superò la paura e gli uomini contrattaccarono. Il nonno usò il fuoco, che formò un muro attorno a lui e ai lupi, come la cerchia magnifica di una città di luce, e che li protesse dall’assedio. Una sassiola si abbatté su di lui, ma sua mente la deviò, controllando contemporaneamente la traiettoria dei sassi e il fuoco. Stambo sapeva che da un momento all’altro sarebbero arrivate le armirie, richiamate dalla mente del vecchio Elfo, che sembrava invincibile, ma non lo era.
Lo ghermirono con l’inganno.
«Abbiamo preso il ragazzo. Crepato come una cimice schiacciata contro il muro», mentì qualcuno.
La mente del nonno si spezzò. Il muro di fuoco crollò. I lupi uggiolarono. La sassaiola si abbatté implacabile.
Il nonno restò immobile, con l’arco teso, i capelli argento sopra il viso che per la prima volta cominciava a essere di uomo.
La freccia restò con la cocca nella corda. Il nonno non riuscì a tirare. Se avesse tirato avrebbe sentito nella sua mente di Elfo il dolore dell’uomo colpito dalla freccia. Non riuscì a tirare per non sentire il dolore di un altro, colpito dalla sua freccia, mentre moriva. O forse non voleva morire uccidendo. Suo nipote era morto: forse non voleva sopravvivergli nemmeno della mezza giornata che sarebbe servita agli uomini perche la sua stanchezza lo rendesse vulnerabile. Dopo milletrecento anni di esistenza al mondo, doveva aver deciso che aveva visto abbastanza. Sentì la propria morte, mentre colpito da una dozzina tra roncole e forconi, mise fine alla sua lunghissima vita di possibile immortale.
Dall’alto Stambo guardò sul nonno morire per lui: ultimo gesto dell’amore che l’altro gli aveva portato.
Suo nonno non morì solo. I lupi più anziani del branco morirono per lui e con lui, nell’ultimo tentativo di difenderlo.
Uno sciame di armirie, puntigliose, astiose e in ritardo, uniche padrone ormai della loro infima mente, finalmente arrivò, troppo tardi per salvare, giusto per distribuire qualche distratta morsicatura.
Stambo tornò alla grotta. Prese i più preziosi tra i libri, il flauto, i pochi utensili, la piastra per cuocere il pane, due monete elfiche e un antico sigillo con il simbolo della spirale logaritmica, l’ultima pergamena su cui il nonno aveva scritto. Infine spezzò, per portarlo con sé, un minuscolo pezzo del nido, quello più interno nella grotta, il più all’ombra e tardivo, dove le larve ancora dormivano. Si arrampicò con Liliak, seguito dai lupi, più lontano che poté.
Mise monti e valli e ancora monti e ancora valli tra sé e la radura dove il nonno era stato ucciso.
Solo quando furono certi di essere lontani da tutto, irraggiungibili, in un luogo dove erano sconosciuti si fermarono.
Nascosta nel buio di una minuscola valle trovarono una piccola grotta. Stambo costruì una parete di assi per chiuderla e decise che quella era la sua nuova dimora. Era un buon posto. In basso c’era un villaggio dove scambiare la cacciagione con qualche capra e le patate e il mais necessari per mangiare e per piantare qualche filare di qualche cosa. I lupi si sarebbero stabiliti in alto sulle cime, salvo scendere quando il gelo calava. Con due grossi chiodi fissò il pezzo di nido armirio contro la parete. Le larve cominciavano a muoversi. La prima vespa uscì e restò ad asciugarsi le ali al sole. Con uno sforzo che gli prese tutta la sua forza Stambo riuscì a incontrarne la piccola mente. Sentì l’esistenza minuscola, brutale, La mancanza di coscienza lo infastidì e nauseò, però c’era anche ben riconoscibile, il piacere per l’odore dell’acqua e per le ali che si stavano asciugando.
Suo nonno sarebbe stato fiero di lui.
La sua sposa sarebbe stata al sicuro.
Nessuno le avrebbe mai fatto del male. Le vespe la avrebbero protetta dagli uomini e lui la avrebbe protetta dalle armirie. Liliak doveva solo imparare a dormire immobile, senza movimenti bruschi, badando a non tossire o, nel caso, a farlo dolcemente.
4
Liliak imparò a muoversi con dolcezza e non avere paura dei lupi.
Una dopo l’altro erano nate tre figlie. Rossana, Luciana e Verbena, cui il sangue elfico aveva conferito una straordinaria bellezza e buoni poteri di guaritrice. Anche a loro fu insegnato a muoversi con pazienza e dolcezza. Le tre figlie di sangue elfico ne avevano ancora meno di Stambo, troppo poco perché la sua mente fosse in contatto con quella delle vespe. Gli unici sistemi che le salvavano erano la prudenza e la pazienza..
Stambo aveva passato le tre infanzie a consolare pianti. Un giorno, mentre lui era al villaggio a scambiare pelli con una pezza di lana buona per le sottane delle tre ragazze, Liliak, la sua adorata sposa, era inciampata piombando su un grosso favo. L’avevano massacrata. Lei, già indebolita da una brutta malattia di petto che l’aveva perseguitata tutto l’inverno, non sopravvisse.
Stambo l’aveva seppellita dietro l’orto, incidendo una piccola lapide, con il cuore spezzato e il pianto delle tre bimbe nelle orecchie e in quello che gli restava dell’anima.
La mattina dopo Stambo aveva trovato le tre sorelle mentre armate di torce cercavano di bruciare il nido, che oramai si estendeva su tutta una parete della grotta.
«Le vespe sono bestie piccole», aveva spiegato calmo e saggio, mentre, se ne rese conto, si sentiva identico a suo nonno, «Non hanno alcuna intelligenza, sono un organismo vivente, certo, ma non più saggio di una pianta. Le vespe, soprattutto, ci proteggono. Se gli uomini verranno per uccidervi, le vespe li fermeranno. Non hanno coscienza. Vi arrabbiereste con l’albero se la brezza facendoti cadere dai suoi rami vi causasse dolore? È la stessa cosa. Da un anno all’altro essere si rinnovano. Non c’è memoria. Non c’è conoscenza, solo piccole creature dotate di dolore come l’ortica. Ha senso irritarsi con l’ortica per il dolore?» Aveva domandato, paziente e saggio, proprio come il nonno. Rossana. Luciana e Verbena l’ortica la prendevano a calci tutte le volte che ci incappavano, e in continuazione attorno alla casa c’erano cadaveri di minuscole vespe schiacciate con gli zoccoli dalle furibonde bambine.
L’anno successivo la piccola valle fu inondata dai profughi. Malevento era stata attaccata, travolta degli Orchi. Non si trattava più di scorribande, ma di un’invasione. L’esercito Orco avanzava nella piana travolgendo tutto quello che trovava sulla sua strada. Solo l’ armata dei mercenari resisteva. Gli eserciti dei cavalieri, dei principi, dei generali erano stati spazzati via come pula sotto la tempesta, ma i mercenari avevano tenuto, avevano rallentato l’avanzata, dando tempo alla gente di scappare, dopo aver distrutto le proprie fattorie e bruciato i frutteti, così che il nemico non trovasse nulla. Avevano coperto la ritirata del popolo che si era rifugiato nelle città, Varil e Daligar, che dietro le loro ciclopiche mura, chiuse come istrici, lo avrebbero protetto. E come un’ondata, l’ondata di gente, di donne, uomini, vecchi, bambini, cani e capre, le galline a quel punto erano già finite, che non avevano voluto allontanarsi dalla loro terra per diventare profughi di città talmente lontane che li avrebbe spaventati di meno andare sulla luna, che almeno quella, si vedeva e loro sapevano dove era. Si era arrampicati sulle montagne, su, su sempre più su, fino alle valli più disabitate, fino ai picchi desolati.
In basso c’erano gli Orchi. E qui era la scommessa. Se gli Uomini fossero stati sconfitti, prima o poi, con calma, gli Orchi sarebbero venuti a setacciare le valle, ma forse a quel punto si sarebbero un po’ calmati, lo slancio di ferocia iniziale si sarebbe attenuato. In tutti i casi non era detto che Daligar e Varil, avrebbero resistito. Se invece vincevano gli Uomini, non appena i loro corni si fossero sentiti loro, le donne, gli uomini, i bambini e le eventuali capre, sarebbero scesi dai sentieri impervi per riprendersi la loro terra. Ovunque c’era il nome Rankstrail. Il giovanissimo capitano dei mercenari, quello che unico stava vincendo qualche cosa, quello che non ancora stato spazzato via, quello che continuava a rifiutare di farsi sconfiggere. L’odio per gli Orchi era talmente forte da essere tangibile. Qualche timida irritata voce si alzò in difesa del popolo cancellato degli Elfi. Li avevano annientati come causa di tutti i mali. Il Giudice Amministratore, così coraggioso contro gli Elfi disarmati, ora era scappato, e poi, senza più Elfi, non dovevano diventare il paese del latte e del miele? Com’è che facevano sempre schifo e adesso avevano anche gli Orchi?
I mesi erano passati, i profughi ammucchiati. Accampate davanti alla grotta, molto perplessi per le armirie, c’erano un paio di famiglie. Se la convivenza con le vespe fu giudicata una stranezza incomprensibile, i lupi piacquero molto. Stambo si ritrovò al centro di un’attenzione non malevola, a parte le eterne celie sul suo nome. Gli Uomini, tutti, facevano ronde per vedere se gli Orchi avevano il tempo di andarli a stanare, ma fortunatamente fu un pattugliamento inutile.
E poi i corni tornarono. L’esercito degli Uomini ce l’aveva fatta. I mercenari, i principi, i generali, chiunque fosse in grado di tenere un’arma in pugno, tutti, al comando di Rankstrail erano venuti a ricacciare gli Orchi dietro le loro frontiere. Il Giudice Amministratore era stato cacciato. Anzi si era cacciato da solo. Davanti agli Orchi era scappato ad Alyil, l’imprendibile città falco, arroccata sulle montagne, dove se ne stava senza più dare fastidio a nessuno, salvo gli sciagurati abitanti di Alyil.
Sul trono di Daligar sedeva Rosa Alba, vedova di Yorsh, l’ultimo Elfo, ucciso dal Giudice Amministratore mentre combatteva contro gli Orchi.
Avevano vinto.
E gli Elfi avevano smesso di essere odiati. Era un peccato non ce ne fosse più nessuno in giro, e la benevolenza passò sui mezzo elfi. O su quelli che erano elfi per un quarto.
5
Il tempo passò. L ’infanzia delle figlie finì, ci fu un po’ di adolescenza, ma non troppo, e appena le tre ebbero un’età che rendesse decente la cosa, Rossana, Luciana e Verbena vennero a chiedere il permesso di sposarsi. Gli uomini scelti come sposi erano tutti e tre militari, due soldati regolari e uno dei mercenari di Rankstrail. Tutti e tre erano bestioni enormi, che firmavano con la croce, avevano bisogno di un boccale per fare un cerchio. Giravano con al fianco uno spadone di quelli che si usano a due mani, un paio di daghe più piccole alla cintura, due asce incrociate sulla schiena e l’evidente intenzione di usarle per fare a pezzi chiunque avesse mai mostrato l’intenzione di avvicinarsi ai loro familiari con intenti meno che benevoli. Tutti e tre i generi, quando erano venuti a chiedere la mano della sposa prescelta, avevano guardato allibiti le armirie e avevano chiesto a Stambo se gli serviva aiuto a distruggere il nido. Stambo cortesemente aveva rifiutato. Luciana Rossana e Verbena se ne erano andate a vivere nella contea di Daligar, in un qualche posto privo e vespe e di lupi, dove si poteva anche starnutire senza rischiare una notte di dolore. Avevano scelto uomini che le avrebbero protette con la loro forza, con la loro brutalità certo, ma anche con il coraggio.
Se ne andarono lasciando Stambo solo con il suo flauto e la sua saggezza, a convivere saggiamente con le vespe armirie che gli avevano ammazzato la moglie, certo, ma che, con i loro pungiglioni, gli avevano fornito il succedaneo alla barbarie che lui non aveva.
Finalmente Stambo ne ebbe abbastanza.
Salutò i lupi, prese il flauto, i più amati tra i pochi libri che aveva salvato, mise l’arco in un lungo sacco che ne nascondesse i decori d’argento, e si avviò nel mondo degli Uomini a fare il precettore.
Avrebbe passato il resto della sua vita lontano dalle armirie.
Sire Rankstrail, già Capitano dei mercenari, era stato eletto re di Varil, e manteneva la pace. Si era congiunto in matrimonio con Aurora, la valorosa figlia del Giudice Amministratore, che, contrariamente al suo infingardo padre, aveva combattuto gli Orchi a fianco di Rankstrail, agli ordini della Regina Strega di Daligar. Di Aurora si diceva fosse bellissima, una straordinaria guaritrice. La voce cominciò a correre, dapprima sussurrata e incredula, poi sempre più forte e certa che fosse un mezzo elfo, che nella sua follia il Giudice Amministratore sterminatore di Elfi, ne avesse costretto una principessa a un matrimonio forzato.
«L’uomo distrugge quello che ama», aveva detto una volta detto il nonno. «Quello che ama, che brama e non può avere».
O quello che non può essere.
Nata da sola da qualche parte, poi sempre più forte, cominciò a circolare la voce che Rankstrail, come molti mercenari, nato sulle frontiere, fosse uno dei mezzo orchi seminati dalle violenze sui confini. Era sussurrata e spesso zittita. Stambo a volte pensava che nel mondo e nella vita c’erano più cose di quanto si poteva immaginare.
La pace che Rankstrail, già Capitano dei mercenari ed ora Re di Varil manteneva, era una pace difficile, insanguinata da infinite scorrerie, sempre sul filo del rasoio tra guerra e diplomazia, che reggeva per il coraggio del re, per la sua forza, per la fede assoluta che i suoi uomini avevano in lui. Rankstrail era un re sempre a cavallo, sempre sulle frontiere, sempre a capo dei suoi uomini, nel punto delle lunghissime frontiere dove la pace si era sgranata e le fattorie in fiamme chiedevano protezione e vendetta, giustizia almeno, che qualcuno venisse a piangere i loro figli. Il regno degli Uomini aveva di fronte nove regni Orchi, uniti in un ciclopico impero, uno centrale e gli altri otto di contorno come i petali di un fiore malefico.
In tutti i casi, per la prima volta da secoli, il popolo prosperava. I mercati erano un tripudio di cavoli, mele, oche e maiali. I pascoli erano punteggiati di vacche, i cortili traboccavano di galline. Tralci di uva si arrampicavano sulle case. Il re saggio e forte e la sua bellissima regina erano figure da leggenda, che facevano sentire ogni suddito accolto in un guscio di protezione, come non era successo mai.
Stambo trovò un posto di precettore in quel di Daligar presso una famiglia di antichissima nobiltà e scarsissima pecunia. I suoi aristocratici datori di lavoro come pagamento lo ospitarono e divisero volentieri con lui il loro pugno di fagioli, mangiati però in piatti d’argento, in cambio del suo infinito sapere impartito per qualche pigra ora la settimana ai tre rampolli.
Da quando si era sparsa la notizia di un re Elfo morto per gli uomini, che ne aveva salvato la terra lasciandola in custodia all’indomito coraggio della propria sposa, una insperata simpatia per gli Elfi aveva serpeggiato ovunque. Sul trono di Daligar sedeva la Regina Strega, su quello di Varil Rankstrail. Erano re davanti ai quali un’ingiuria contro gli Elfi sarebbe stata pagata come un’ingiuria a loro. Ed erano loro quelli che avevano salvato il regno degli Uomini.
Il desiderio di conoscere qualcosa della storia e della lingua del popolo scomparso era la nuova usanza. Il vezzo anche, cominciò a comparire, di millantare una qualche lontanissima parentela. Poche gocce di sangue elfico potevano ispirare una notevole simpatia. Tutti volevano sapere qualcosa di elfico. Era il momento di Stambo.
6
Dopo una vita vissuta in solitudine, Stambo era timido. Quando passeggiava per le vie, lo faceva sotto i portici, rasenti i muri. Strisciava nelle ombre della piazza del mercato alle prime luci dell’alba, quando c’erano solo i primi venditori, per scappare all’arrivo di ogni minuscola folla.
Questo gli permise di vivere anni dopo anni, senza mai incontrare i reali di Daligar, o, meglio,senza che mai i reali di Daligar lo incontrassero. Lui da lontano li guardava. Guardava Rosa Alba, la Regina Strega che non aveva sangue di Elfo, ma era così chiamata perché ne aveva sposato uno Yorsh, l’ultimo è il più potente. Era la regina forte e disperata che aveva salvato Daligar dall’assedio degli Orchi, e che ora, in tempo di pace, portava il peso della sua solitudine e di una smisurata carne. Rosa Alba, la regina guerriera, era diventata una regina matrona, grassa come un’oca all’ingrasso, e altrettanto triste. Stambo restava non visto, ma guardava. Vide la tristezza smisurata negli occhi della regina triste. Vide i tre bambini, i tre piccoli orfani mezzo elfi, Erbrow, la strega saggia, e i due gemelli, Arduin il ragazzo principe del coraggio e della logica, e il suo gemello Yorsh, che tutti chiamavano Joss, quello nato scemo secondo la voce del popolo. Joss era un bimbo strano, piccolo, goffo. Alla nascita era stato per un pericoloso interminabile tempo senza respirare aveva raccontato la levatrice. Il bambino aveva una mente che dicevano difettosa, una mente che spesso vagava nelle ombre. Era deriso come sciocco, lento. Perdeva l’equilibrio, non aveva nulla del bellissimo fratello, ma c’era qualcosa il lui di affascinante e di tenero. Stambo ne era affascinato. E intenerito.
«Gli Dei benedicono quando colpiscono», aveva una volta detto suo nonno, mentre parlava degli ambigui doni del popolo scomparso.
Il bambino era pieno di magia. Stambo lo vide chinarsi su un gatto finito sotto un carro e risanarlo con un unico gesto.
Stambo cominciò usare il molto tempo che aveva libero a girare nelle strade per non perdere di vista Joss.
Joss era orfano. Tenendo conto che gli Elfi erano estinti, un mezzo elfo non poteva che essere orfano. Certo. Ma Joss era orfano di un padre morto combattendo. E di nuovo si arrivava a Yorsh, che Stambo non aveva conosciuto, ma che ugualmente stava diventando una meteora anche per lui. Yorsh era morto da guerriero. E combattere voleva dire uccidere, sentire la morte dell’altro dentro di sé. Yorsh era sicuramente stato un guerriero che avrebbe dato l’anima per non distruggere la vita di nessun nemico mai, ma che lo aveva fatto. Yorsh aveva combattuto per amore, non per odio. Per amore dei suoi, per amore degli uomini massacrati, per amore delle madri con senza di lui avrebbero scavato le fosse con le mani per metterci i loro figli bambini.
Joss divenne per Stambo il simbolo, l’emblema del suo popolo perduto.
Improvvisamente, da un giorno all’altro, il bambino smise di vivere nel regno delle ombre. La sua mente giunse nella luce: un bambino forte, improvvisamente saldo sulle gambe. Da quel momento cominciò a correre su e giù per Daligar. Stambo rimase esterrefatto per il cambiamento, felice, certo, ma anche stupito.
La voce corse che il popolo dei Nani, già in schiavitù ad Alyil, fosse stato deportato degli Orchi. La voce nacque nel piccolo allevamento di asini di una vecchissima nana, poi circolò nel quartiere nano, tra le taverne e le cantine. La mente di Stambo tornò alla profezia di cui aveva raccontato il nonno. Il popolo dei Nani era nel supremo pericolo,e non c’era più un re Elfo da chiamare in soccorso. L’angoscia lo prese, per scomparire solo quando seguiva Joss. Le sue lezioni di elfico ai distratti padroni si diradarono. Ebbe tutto il tempo che voleva per le strade di Daligar. .
Quando vennero gli orsari ad accamparsi davanti alle mura di Daligar, Joss scappò dalla reggia per andare a giocare con la bambina con i capelli rossi che danzava con l’orso e per donarle la sua giubba di raso azzurro.
Mentre guardava Joss nei fuochi dell’accampamento di fianco all’orso, Stambo finalmente capì. La mente di Joss si era fusa con un’altra. C’era un’unica possibile spiegazione alla sua guarigione: la profezia sui re.
Stambo scosse la testa: non era possibile. O forse sì? Se lo fosse stato avrebbe voluto dire che i Nani erano in pericolo mortale, e che la magia del mondo non era infranta, non si era persa negli oscuri meandri della barbarie. I re erano tornati. Il deportato popolo dei Nani ne aveva uno, e lo scomparso popolo dei Nani anche. Ed era Joss. Se la mente di Joss si era congiunta con quella del re dei Nani, doveva esserci, insieme alla nuova prontezza, alla forza, all’equilibrio, la conoscenza della materia. I Nani erano i signori dei metalli. E delle leghe.
Joss lasciò la ragazzina dai capelli rossi e l’orso e corse verso la Casa dei Re. Stambo lo inseguì per le stradine buie, lo scavalcò nascosto nel buio dei portici e con il cuore in gola per l’agitazione, ma anche per la gioia, gli si parò davanti e osò fermarlo. Gli mostrò le monete elfiche che portava in tasca e il sigillo e, casualmente, come fosse stata una conversazione normale da fare di notte, tra sconosciuti, chiese lumi sulla loro composizione
«Perdonate, mio giovane signore, devo vendere questi antichi cimeli di famiglia, e sarei favorito nella contrattazione se conoscessi la loro composizione. Voi per caso siete esperto in leghe?» chiese.
Joss era troppo ingenuo per insospettirsi, e troppo cortese per fare altro che precipitarsi a rispondergli con tutta la sua smisurata competenza: chiarì che le monete erano di stagno nobile e il sigillo di oro scadente. Stambo fece una sforzo per non mettersi a piangere. Era la prova che i re esistevano e le profezie si avveravano. Il mondo dove le sue figlie vivevano non era un mondo perso. Stambo si ostinò a voler regalare al bimbo una monetina, perché l’avesse, perché così si sarebbe ricordato d lui, e per poter sfiorare una delle sue mani.
Nel momento del pericolo supremo la mente del re dei Nani e quella del re degli Elfi si sarebbero incontrate negli spazi oscuri dei sogni, diceva l’antica profezie. Le menti si sarebbero incontrate, si sarebbero fuse. Nella mente dell’uno si sarebbe riversata quella che l’altro. La magia del mondo. Le antiche profezie si avveravano. Il suo popolo scomparso, quindi aveva ancora un re ed era Joss, non Arduin. Il secondogenito di una coppia di gemelli, quello nato per secondo, ma concepito per primo, secondo gli Elfi, era l’erede.
E oltre ad essere il re degli Elfi, ora era anche lui diventato un signore della materia e dei metalli, anche lui distingueva lo stagno nobile da quello comune.
6
Qualche giorno dopo, veloce come il vento, un messo arrivò da Alyil, la città falco, arroccata come un nido d’aquila in mezzo alle montagne, e le sue parole, pronunciate davanti a Rosa Alba nella Casa dei Re, si sparsero rapide per tutta la città . Era ad Alyil che il Giudice Amministratore si era rintanato. Alyil era imprendibile. Da Alyil il giudice aveva commesso il suo ultimo crimine: il popolo dei Nani era stato incarcerato e consegnato agli Orchi, perché li portassero a morire nelle miniere di idrargirio, l’argento liquido, il misterioso metallo, che gli Orchi usavano per una qualche loro oscura magia. Rankstrail che era partito a liberarli, tornava indietro senza esserci riuscito. E questa era stata la prima notizia portata dall’angosciato messo. La seconda era sire Rankstrail aveva preso Alyil, e ucciso il Giudice, ma ad Alyil aveva saputo che una qualche minaccia che dalla città falco gravava sulla testa della sua sposa. Chiedeva che Rosa Alba, che aveva capacità di generale invincibile, e i suoi figli che avevano capacità di guaritori, partissero immediatamente per Varil in soccorso ad Aurora.
Di sicuro ci sarebbe stata una guerra con gli Orchi per andare a riprendersi il popolo dei Nani.
Stambo era arrivato con i suoi nobili allievi ai primi rudimenti della grammatica elfica, avendo impiegato anni con l’ alfabeto e l’ortografia, quando anche a lui giunsero le notizie di quel messo angosciato.
Stambo prese il suo arco, sempre nascosto nel sacco, e decise di andare a Varil ad arruolarsi.
Comunicò ampollose dimissioni e partì.
C’erano le sue tre figlie nel regno degli Uomini.
E non avrebbe affidato la loro sicurezza né alle vespe, né ai lupi. Sarebbe andato lui, questa volta, a combattere.
C’era Joss nel mondo degli Uomini, il cui padre non poteva andare a combattere perché era già nel mondo dei morti.
Sarebbe andato Stambo.
Sarebbe diventato un guerriero, un guerriero che combatteva per amore, ma un guerriero.
Sarebbe stato forza. Un’ondata. Acqua, aria, potenza, spuma, il cuore di una spirale.
Se non moriva in guerra, se tornava, allora sarebbe andato a cercare le figlie, avrebbe conosciuto i nipoti che sicuramente già aveva. Se tornava, sarebbe tornato da guerriero, non da infingardo che aveva lasciato la sua sposa in pasto alle vespe per l’incapacità a proteggerla da solo.
Sarebbe andato da Rossana, Luciana e Verbena.
«Guardate, ho combattuto per voi, io sono stato un’ondata», avrebbe detto:
Solo allora avrebbe avuto il diritto di andare a cercarle.
Capitolo 2
Soldato semplice Skardrail
...mezzo orco, nato sulle frontiere.
1
L’aspirante soldato semplice Skardrail aveva dodici anni e avrebbe potuto restarsene a casa sua a fare il dodicenne. Partì invece per la città di Varil, capitale del Regno degli Uomini, per arruolarsi volontario nell’esercito regolare.
Lo aveva informato dell’imminenza di una guerra un ossuto banditore vestito di velluto e in possesso di una pergamena, accompagnato da un paffuto paggio, fornito di un corno. Due annoiati alabardieri li scortavano. A ogni città, ogni contrada, a ogni fattoria il paggio aveva suonato il corno e il banditore aveva srotolato il monumentale bando pieno di sigilli di ceralacca, per leggerlo davanti alla comunità.
I due erano stati talmente accurati da finire, con il corno, il bando, e gli alabardieri, fin sulle assonnate corti dell’estrema periferia dell’impero, in mezzo alle galline e ai panni stesi, così che anche l’aspirante soldato semplice Skardrail poté conoscere il contenuto della grida.
L’aspirante soldato semplice Skardrail rimase folgorato dal banditore, profondamente impressionato dal velluto cremisi della giubba, che ulteriormente si arricchiva in alto con un vero colletto di vero pizzo. Il colletto aveva perso da tempo l’originale candore, ma era autenticamente intarsiato, una visione fantasmagorica in quel remoto angolo di palude, estrema propaggine orientale del regno.
Il giorno della sua morte, il soldato semplice Skardrail ebbe, come tutti, la sua manciata di ultimi istanti, quelli che tutti abbiamo, tra il momento in cui ci rendiamo conto dell’ineluttabilità del termine della nostra vita e il termine stesso. Il primo dei ricordi in cui il soldato semplice Skardrail spese quegli ultimi istanti fu per il pizzo biancastro e il velluto cremisi di colui che aveva portato fino al suo cortile la grida del mondo degli Uomini.
In effetti l’avventura della sua vita, e quindi anche della sua morte, era cominciata quel giorno, davanti a quel pizzo e a quel velluto.
La grida chiamava all’arruolamento.
La sempre traballante pace con gli orchi sembrava essere sul punto di agonizzare.
Sire Rankstrail, re della Terra degli Uomini, aveva bisogno dei suoi uomini. Il bando parlava di uomini e non di ragazzini, ma ugualmente l’aspirante soldato semplice Skardrail concluse che si stava parlando di lui e che, senza la sua presenza, l’esercito di Varil sarebbe andato a fronteggiare gli Orchi con un fondamentale pezzo di potenza di meno.
Una moneta d’oro, vitto, alloggio a l’imperitura gratitudine del Mondo degli Uomini a chi si arruolava.
Come sottrarsi?
Skardrail non ebbe dubbi. Era il momento che aspettava da sempre, da quando era nato, da quando aveva memoria.
Avrebbe conosciuto sire Rankstrail.
Avrebbe combattuto.
Avrebbe salvato il mondo degli Uomini e come se già tutto questo non bastasse, avrebbe guadagnato la moneta d’oro che davano per l’arruolamento.
«Ce l’avete il pane fresco voi dell’esercito?», domandò a uno dei due alabardieri.
«Certo, come no? Tutti i giorni, soprattutto quando facciamo le marce e in guerra. Tanto che non sappiamo dove metterlo», gli rispose l’altro, e gli occhi dell’aspirante soldato semplice Skardrail, per un istante, si riempirono di beatitudine.
2
L’aspirante soldato semplice Skardrail prese il necessario, le necessarie benedizioni e partì.
La solitudine non lo spaventò. Era abituato alle lunghe notti, ai lunghi giorni nelle paludi per procurarsi il pesce, agli sconfinamenti in terra orca per gli scambi. Sempre, in quelle lunghe marce, nessuno metteva le sue orme vicino alle sue. L’aspirante soldato semplice Skardrail non si impressionò a dover traversare il mondo degli Uomini, si trattava semplicemente di marciare mettendo sempre i passi nella stessa direzione, verso ovest, senza tornare di tanto in tanto a casa come faceva di solito, tutto lì, non era difficile. Aveva l’acciarino nella bisaccia, e in qualsiasi momento poteva fare il fuoco. Aveva anche la fionda, una manciata di sale, una scorta di mandorle per eventuali giorni di magra, una borraccia, un coltello grande e curvo per farsi la cucina, che poteva anche funzionare da spada corta in caso di guerra e che a casa sua aveva il poco ampolloso e immeritato nome di sbudellagatti. Il mantello pesante sulle spalle e i calzari imbottiti ai piedi: avrebbe potuto arrivare in capo al mondo e doveva arrivare solo a Varil.
Era autunno, un autunno freddo e grigio, dove il freddo uggioso di solito riservato all’inverno, si era presentato in anticipo.
La casa natale di Skardrail era poco distante da Hadra, la città più a est della Terra degli Uomini.
Hadra era germogliata nell’acqua, fiorita sul delta in cui il fiume Hadran, si sfioccava in una miriade di paludi e acquitrini. Il fiume che faceva da spartiacque tra il regno degli Uomini e quello orientale degli Orchi, nasceva nelle Montagne del Nord, e veniva giù largo e sinuoso, calmo e navigabile, pieno di chiatte che portavano uva, cavoli, agnelli e galline in eterni traffici, e che di notte si riunivano in provvisori villaggi galleggianti. Hadra era fatta di terra intersecata da miriadi di canali, sovrastati da ogni tipo di ponte, alcuni grandi, pesanti, buoni per i carri e i cavalli, altri piccoli, ripidi, leggeri e aerei collegavano le terrazze, così che c’erano due città che si intersecavano l’una sull’altra, una fatta di acqua l’altra di aria. Il quartiere più povero era fatto di palafitte. I bambini giocavano nei canali dove le madri sciacquavano i panni lavati. Il quartiere più ricco e antico sembrava fatto di trine, per la ricchezza degli intarsi che ombreggiavano le terrazze. Tutti i quartieri avevano tinche e rane a volontà. Hadra era la terra magica che non aveva mai sofferto la fame.
Tutta la regione era un luogo di terra e acqua, acqua e terra, terra e acqua che si alternavano rigogliose.
La città era verde per l’edera che si arrampicava sui muri e si prolungava con le chiome degli alberi di limone che crescevano ovunque ci fosse anche un sia pure infinitesimale appezzamento, nei più irrisori giardini, sulle terrazze, i balconi, i ponti, nell’esile striscia di terra che, davanti alla porta delle case, le separava dall’acqua. L’acqua con dentro miele di zagara e succo di limone era uno dei capisaldi della cortesia del luogo, quello che si offriva, che si condivideva, era il suo sapore, la prima cosa che veniva in mente quando la si ricordava.
Le zanzare erano enormi, ma lo erano anche api, libellule e lucciole. Hadra era un tripudio di ronzii che di notte diventavano minuscole luci danzanti che si riflettevano sull’acqua dei canali componendo piccole curve sottili. La loro luce si univa quelle grandi luci squadrate che erano le finestre illuminate dalle candele, schermate da zanzariere fatte intrecciando fili di lino in trine che disegnavano fiori di limone e tranci di edera.
La mattina tutto era inghiottito da una nebbia fitta e invincibile, che rendeva i contorni incerti e che permetteva agli amanti clandestini di lasciarsi non visti da nessuno se non dai Folletti.
I Folletti erano creature minuscole, nate dall’acqua che vivevano nel vapore, nelle nebbie e nella foschia. Erano pavidi e dispettosi. Nessuno degli Uomini di Hadra ne aveva mai visto uno, e la loro presenza era controversa. Alcuni ne affermavano l’inesistenza, altri l’esistenza. Secondo questi ultimi i Folletti sarebbero stati visibili solo a un mago e la discussione allora si spostava sulla controversa e non dimostrata esistenza dei maghi. Nel buio della notte e in quello della nebbia, quando non si ritrovava una chiave, quando il latte inacidiva, quando un neonato piagnucolava tutta la notte la colpa era data con certezza ai Folletti. La luce del sole spazzava via le piccole creature: gli stessi che le avevano temute e ingiuriate nel buio e nella penombra, nella luce del giorno dichiaravano trattarsi di superstizioni da anziane comari nubili.
Per catastrofi più gravi, come i rari ma furibondi nubifragi che periodicamente inondavano i piani bassi della città, la responsabilità veniva genericamente attribuita al destino avverso e ai demoni Orchi sconfinati dalle terre orientali.
L’eterna discussione sui Folletti era il primo ricordo, quello più vecchio, che Skardrail conservava nella sua mente. Aveva sentito il nome dei Folletti la prima volta in cui era andato a Hadra con sua madre. Aveva tre anni e trotterellava lieto come un fringuello dietro la sottana della mamma, con gli occhi pieni di stupore per i ponti, le terrazze, l’assoluta meraviglia dei panni stesi che si specchiavano con tutti i loro colori nei canali sottostanti.
«Guarda, uno dei mezzi orchi delle paludi», aveva sghignazzato un ragazzino, uno grande, di almeno sei anni. Skardrail ne aveva tre e aveva fissato l’altro dal basso in alto, intimorito ed estasiato anche, che gli rivolgessero la parola.
«Ehi, orchetto, fai attenzione, che i Folletti ti portano via», lo aveva deriso qualcun altro, poi un’occhiataccia della mamma aveva parecchio calmato gli animi.
«Non starli a sentire, sono monelli», aveva concluso la piccola vecchia signora che stava contrattando i funghi che la mamma era andata a vendere. «I Folletti dovrebbero essere piccoli spiritelli alti un palmo che vivono nell’acqua e nella nebbia, fanno i dispetti e passano il tempo a spettegolare. Ma non esistono».
«Certo che esistono, ma li vedono solo i maghi », aveva risposto il moccioso.
« E tu hai mai visto un mago da queste parti?» aveva chiesto la vecchia.
Era stata una discussione importante per l’aspirante soldato semplice Skardrail: aveva imparato in un giorno solo le parole Orco, mezzo orco, orchetto, Folletto e mago.
3
L’aspirante soldato semplice Skardrail camminò sereno, sotto il poco sole e le scroscianti piogge autunnali. Camminò sempre verso ovest, prima o poi avrebbe incontrato il fiume Dogon, e subito dopo tagliando a nord sarebbe arrivato alla capitale. Traversò boschi infiniti, come non aveva mai pensato potesse esistere, incontrò villaggi e città costruite su terra invece che sull’acqua e si stupì, traversò frutteti e si guadagnò pane fresco offrendosi come potatore, lavoro dove era esperto, l’unico lavoro di cui fosse esperto oltre al contrabbandiere. L’aspirante soldato semplice Skardrail era dedito, come molti, al contrabbando di pesce seccato in cambio di un legno straordinario, fatto del tronco di uno strano albero dalle foglie nere, detto aureo per lo scintillio dorato della corteccia. L’aureo resisteva all’acqua, resisteva anche al fuoco e cresceva solo nel regno degli Orchi. La sua compravendita era l’attività fondamentale di tutti gli abitanti della palude orientale di Hadra, non ultimo dei motivi per cui tutti loro, parlavano la lingua orca, spesso meglio di quella degli uomini, ed era un’attività gravata da innumerevoli balzelli, in quanto forniva al nemico storico di che sostenere le proprie truppe. Le paludi erano un luogo di alternanza, a volte di scontro, di terra e di acqua, di Uomini e Orchi, erano un luogo di mescolanze, di giudizi sospesi, di guerre rimandate.
Vivere su un fiume era un incommensurabile vantaggio: c’erano i pesci re, le trote e i lucci, l’aria anche d’estate non diventava torrida e in inverno non era gelida. Due volte l’anno tutti gli abitanti erano travolti dall’inondazione che distruggeva la loro casetta di legno fino alle fondamenta in pietra, ma oramai avevano imparato a non farsi ammazzare e se le ricostruivano con una rapidità che diventava di anno in anno più impressionante.
I più abbienti avevano case fatte di veri mattoni cotti nelle fornaci. Non avevano porte, ma solo finestre poste in alto, al primo piano. Quando c’erano le inondazioni le barchette attraccavano direttamente ai davanzali e quando le inondazioni non c’erano si saliva e si scendeva con grandi scale colorate. Prima o poi l’aspirante soldato semplice Skardrail avrebbe fatto abbastanza denaro da vivere anche lui in una vera casa di veri mattoni, con una barchetta ormeggiata al balcone del primo piano. La sua scala sarebbe stata rosa, come il fuoco e come i tramonti d’estate.
L’aspirante soldato semplice Skardrail poteva cacciare ogni animale che si muovesse sotto il sole, ma gli piaceva il pane, soprattutto quello fresco, era la sua passione. Se c’era regno dei morti per chi era stato buono, Skardrail ne era certo, doveva esserci l’odore dell’erba sotto il sole e quello del corpo delle madri quando tengono i figli in braccio e quello del pane appena uscito dal forno.
Tutti gli scambi nelle paludi, si facevano mediante il baratto. Potevano passare anni, o una vita intera, senza che capitasse mai di maneggiare del denaro. La mancanza di denaro rendeva difficile avere il pane, che si faceva solo a Hidra, dove c’erano i forni di mattoni per cuocerlo.
Mentre andava ad arruolarsi, lungo tutta l’infaticabile marcia. Skardrail continuò a pensare che andava a salvare il mondo, certo, che andava a salvare sire Rankstrail, che cominciava l’avventura della sua vita, la sua vita stessa, in un certo senso, o meglio, quello che avrebbe dato un senso al suo stesso essere al mondo, ma pensò anche al pane che da soldato gli sarebbe toccato, tutto il pane che voleva. E poi pensò al denaro, un intero conio d’oro per l’arruolamento, una moneta che da un lato aveva un’ape, dall’altro il profilo del re.
4
Mentre in solitudine traversava il regno degli Uomini per andare ad arruolarsi, Skardrail incontrò più gente di quanta ne avesse incontrata in tutta la vita che aveva preceduto il viaggio.
A tutti coloro che gli chiesero che ci facesse in giro da solo, l’aspirante soldato semplice Skardrail rispose onestamente che stava andando ad arruolarsi. Quando gli spiegarono che alla sua età era meglio se ne tornasse da sua madre, spiegò che da diversi anni non aveva più una madre da cui tornare.
In un’ interminabile giornata di pioggia torrenziale, l’aspirante soldato semplice Skardrail scivolò su un ripido viottolo trasformato in torrente e cadde con il ginocchio su una pietra aguzza. Gli restò una ferita profonda, che lui fasciò con un pezzo della camicia, strappata e trasformata in benda di fortuna.
L’aspirante soldato semplice Skardrail mangiò piccole lepri, quaglie e fagiani. Li cuoceva su piccoli falò fatti di sterpi, poi si avvolgeva nel mantello e si addormentava fissando il fuoco. A volte dormì nei fienili e nei granai, più spesso sotto le stelle. Arrivò al fiume Dogon mentre una pioggerellina incostante innaffiava il mondo e per quella notte dormì sotto le volte del ciclopico ponte che sovrastava il fiume, guardando incantato le ombre e le luci che il suo fuoco proiettava sulla straordinaria architettura delle grandi volte fatte di pietre squadrate, con l’impressione di essere in un palazzo reale.
In una magnifica giornata di sole arrivò alle risaie che circondavano la capitale: infinite distese di acqua fangosa, interrotta dal bianco degli aironi.
Grandi mulini a vento usavano la forza delle loro pale per imprimere all’acqua la forza necessaria a spostarsi ordinatamente, secondo geometrie precise che garantivano in ogni punto la profondità necessaria. Ogni spanna c’era lo stelo verde di una nuova pianta di riso appena spuntata e il cielo si rifletteva, interrotto a ogni spanna, ma sempre dello stesso sfolgorante color azzurro.
Sciami di oche attraversavano le strade.
Nell’aria fredda, all’aspirante soldato semplice Skardrail, arrivò il profumo caldo del fuoco, insieme a quello del pane fresco. Era un profumo paradisiaco. Il ragazzo si distrasse dal suo compito di mettere i passi uno dopo l’altro, si concesse una piccola deviazione, seguì il suo naso e, al riparo di uno dei mulini, trovò un uomo accucciato davanti a piccolo fuoco di sterpi. Il fuocherello scoppiettava allegro nella giornata gelida. Su una specie di piastra di rame una pagnotta piatta stava cuocendo. Lui e l’uomo si guardarono. Era un uomo maturo, bello, aveva un mantello azzurro come gli occhi, un sorriso gentile, la barba che cominciava a imbiancare, un sacco allungato sulla schiena. Gli fece un cenno con la testa.
«Vieni a sederti, ragazzino », lo invitò. «Vieni a scaldarti, oggi si staccano le orecchie per il freddo».
Un uomo cortese. Skardrail aveva le orecchie che si stavano per staccare per il freddo.
«Stambo », si presentò l’uomo. «Un pezzo di focaccia? » chiese.
Un fuoco tiepido e un pezzo di pane fresco. Il ragazzo sorrise.
«Skardrail », si presentò serio e impacciato.
Tirò fuori la fionda, si girò e con un unico colpo ben assestato abbatté un grosso germano in volo.
«Un po’ di arrosto?», ricambiò contento.
5
Spennarono l’anatra e la finirono, con il pane, un pezzo per uno. Erano affamati. La corta giornata autunnale divenne sera.
«Sto andando ad arruolarmi», disse l’uomo, casomai non fosse stato chiaro. «odio la guerra e la vita militare mi fa orrore. Caldo porco d’estate, freddo porco di inverno, una corazza incandescente o con attaccati i ghiaccioli, piedi bagnati sempre e qualcuno che latra ordini che tu devi eseguire. Detto tra noi, non credo che la vita militare faccia bene al cervello, però vado ad arruolarmi lo stesso. Sono solo. Mia moglie è morta. Ho tre figlie, tutte e tre già maritate, che vivono sicure e serene nel regno degli Uomini, e vado a combattere perché il regno degli Uomini resti un posto dove possono vivere. Sai perché occorrono uomini? Gli Orchi del Regno Orco di nord ovest, quello che confina con Alyul, hanno deportato un tribù di Nani nelle loro terre, per farli morire di fatica nelle loro miniere. È stato il Giudice Amministratore a permetterlo».
Skardrail ascoltò attento. Disperso nelle sue paludi alla propaggine orientale del regno, era sempre stato un po’ a corto di informazioni. Il suo era un posto da campagnoli, di rado andavano in città e quando ci andavano nessuno diceva mai niente di niente, salvo contrattare sul costo del legno aureo. In più era evidente che era tutto un discorso da Uomini, l’altro lo stava trattando come un Uomo, gli piaceva. Avrebbe voluto chiedere che accidenti era un Nano, ma temeva di rivelare le abissali profondità della sua non conoscenza del mondo degli Uomini e tacque.
«I Nani sono alti metà di un Uomo, certo, sono gretti, si dice si facciano sempre e solo gli affari loro, ma la loro possibilità di avere dolore è alta come quella di un Uomo. Sono trattati da schiavi, o da animali, portati a morire nel fondo di miniere atroci, in mezzo ai veleni e alla fame, mangiati vivi dalle cimici ».
Dunque un Nano era un uomo molto basso. Parecchio tirchio, non troppo simpatico, però era uno che, se lo ammazzavi, gli faceva male lo stesso.
«Bisognerà andare a liberarli, quindi servono uomini per la guerra. La Regina Strega di Daligar è andata a Varil, perché sta succedendo qualcosa, ma non sappiamo cosa. Qualcosa che mette la principessa Aurora in pericolo, forse hanno mandato qualcuno a ucciderla o a rapirla».
Skardrail decise che era il caso di sbilanciarsi con una domanda.
«Strega è perché fa delle magie? Lei li vede i Folletti? » si informò cauto. Stambo lo fissò perplesso.
«Folletti?», chiese.
«Dalle mie parti ci sono», spiegò imbarazzato l’aspirante soldato semplice Skardrail. «Una volta che sono andato a Hadra, ero ancora piccolo, un ragazzino mi ha detto che in città ci sono Folletti che solo i maghi li vedono».
Stambo si schiarì la voce. Doveva essere stata una domanda da campagnolo. Skardrail si ripromise di essere più silenzioso.
«No, no strega è il nome che hanno le donne che discendono dagli Elfi, perché loro sono le eredi dei poteri elfici, come gli Elfi, possono curare anche, con una forza potente, a volte possono accendere una fiamma con la forza del pensiero o spegnerla. I discendenti maschi hanno poteri pochi e saltuari, e limitati solo alla sfera del guarire. Lo stesso nome, strega, è dato anche alle donne che si uniscono in matrimonio con degli Elfi. È una cosa stupida, perché si tratta di donne senza nessun potere, era una maniera per punire delle innocenti con le persecuzioni, e lei era la sposa dell’ultimo Elfo, ora è la sua vedova. Non ha poteri, salvo uno, il coraggio, ma quello ce l’aveva già da sempre, da quando è nata».
Il tono era diventato duro. Addolorato. Un profondo solco gli era comparso tra le sopracciglia. Quando aveva parlato del dolore dei Nani non gli era successo. Skardrail capì che nella genealogia dell’uomo doveva esserci molto di elfico. Erano affari suoi quelli di cui stava parlando.
«Io ho un mestiere. Un bellissimo mestiere, il più bello del mondo. Sono un precettore. So le lingue, presenti e passate, conosco la geometria». Il tono era interlocutorio. L’uomo evidentemente voleva ricambiare lo stratosferico dono di mezzo germano con una qualche offerta che aggiungendosi alla mezza pagnotta la rendesse uno scambio equo.
«Conosci la geometria? Ecco vedi questo?» disse tirando fuori un minuscolo oggetto dalla bisaccia.
«È il guscio di una chiocciola», rispose Skardrail con un’occhiata distratta.
«È una spirale. Una spirale speciale che diventa sempre più larga a ogni giro. Per gli Elfi era il simbolo dell’infinito. E qui sai, in questo libro, ho tutte le declinazione dei verbi e i nomi dei re delle tre ere.»
Skardrail alzò una mano a chiarire che non era interessato.
«Posso insegnarti a leggere. E scrivere. Sai leggere e scrivere? Vuoi che ti insegni?»
«No», rifiutò Skardrail.
«Posso rifarti la fasciatura», si offrì Stambo.
Questa volta Skardrail accettò con convinzione. Mentre l’uomo era chino sul suo ginocchio si alzò la luna e gli illuminò i capelli, che ebbero uno scintillio argenteo. Persino Skardrail dal fondo degli acquitrini da cui arrivava sapeva che quella era la stigmate di chi aveva sangue elfo. Casomai non se ne fosse ancora accorto. Nessuno che non fosse un po’ Elfo, con una qualche capacità di controllo sul calore, poteva cuocere il pane su una piastra, senza un forno di mattoni come tutti gli altri. Quello persino lui dal fondo della sua palude lo aveva saputo. La ferita sarebbe guarita in fretta. Quelli spesso erano bravi come guaritori.
«Sei venuto fino qui da solo? Da Hadra fino a Varil solo?»
Skardrail annuì. Si chiese dove avrebbe dovuto essere il problema.
«Sei un ragazzo. La sera non ti senti un po’ solo?» chiese ancora Stambo.
Skardrail scosse la testa.
«Guardo una fiamma per addormentarmi», spiegò.
Si sistemarono vicino al fuoco, contro la parete del mulino, avvolti nei mantelli pesanti, sdraiati comodi, con la pancia piena a guardare le stelle.
Skardrail restò immobile con gli occhi fissi nel fuoco.
La voce di Stambo lo riscosse.
«Non hai mirato », notò l’uomo. «Quando hai preso il germano. Ti sei girato già con la fionda pronta e hai tirato prima di poter mirare. Sapevi già prima dove sarebbe stato il germano. Gli uomini non sono capaci di fare una cosa del genere. Sei un mezzo orco», concluse dolcemente.
Skardrail pensò che avrebbe fatto meglio a tenersi la solitudine, che non gli aveva mai veramente dato fastidio, e la mezza anatra, che poteva sempre far comodo. Stambo sorrise. «Io sono un quarto elfo, anche questa è una cosa che non si dice in giro. Riesco a cuocere il pane su una piastra di rame, perché riesco a non far disperdere il caldo. Per questo non ho bisogno di un forno in mattoni. La regina di Daligar è la vedova di un Elfo e i suoi figli, i tre principi, sono mezzi elfi, ma, ugualmente, questa è una cosa che non si racconta al primo che capita. E, lo so, non si dovrebbe dire in faccia alla gente che sono mezzi orchi. Ma si vede. Mira prima di tirare, o se ne accorgono tutti che sai già, in anticipo, dove colpire. E, tra gli uomini, i ragazzini se ne stanno a casa da mamma, non vanno a fare la guerra. Ricordati di dire che hai almeno sedici anni. Ascolta, ragazzo, non è un disonore essere un mezzo orco. Adesso tutti sappiamo che sire Rankstrail, il nostro re, è un mezzo orco, uno nato sulle frontiere per le violenze degli Orchi sulle donne degli uomini. Lui e tutti i suoi mercenari. Prima di essere eletto re era il Capitano dei Mercenari, lo sapevi?»
Skardrail fece un offeso cenno di assenso. L’offesa non era per il mezzo orco, che era una cosa che sapeva da quando aveva tre anni. Ogni uomo, donna o bambino di Hadra lo aveva sempre chiamato mezzo orco, mentre a Thidra, la città fluviale di palafitte costruita dagli Orchi dall’altra parte della frontiera, lo chiamavano mezzo uomo, che era senz’altro un insulto molto meno grave, e anche meno pericoloso, di mezzo elfo. L’offesa era per la supposta ignoranza. Anche tra i polli dei cortili di Hadra, certe notizie si sapevano. Lui aveva passato tutta la sua infanzia a giocare ai mercenari, pestandosi a sangue con tutti gli altri ragazzini per stabilire chi faceva Rankstrail, il Capitano, il giovanissimo invincibile Capitano mezzo orco che non era stato sconfitto mai e vittoria dopo vittoria era arrivato al trono, dove si era seduto avendo a fianco una principessa bella come la luna. Uno avrebbe dovuto seppellirsi neonato sotto un sasso per non saperlo.
Skardrail pensò un attimo quale era la cosa migliore che doveva dire, poi decise di non dire nulla e riprese a fissare il fuoco, fino a quando si addormentò.
6
Si rimisero in marcia al mattino seguente. La ferita di Skardrail era completamente chiusa. L’altro era un grande guaritore, non succedeva a tutti i mezzo Elfi maschi, era un dono saltuario e imprevedibile e Stambo ce l’aveva.
Si avviarono, un mezzo elfo e un mezzo orco, per il regno degli uomini, verso l’arruolamento. Skardrail procurava da mangiare e Stambo, per ricambiare, non taceva mai. A volte si fermava in qualche fattoria, scambiava un po’ di cacciagione con farina, sale e lievito e preparava la sua focaccia piatta, buona come il cibo degli dei.
Il freddo aumentò.
Traversarono le risaie, un grande mare di acqua bassa e fango che rifletteva le nuvole lievi e sfrangiate, in attesa di diventare un mare di steli verdi, a primavera.
Finalmente davanti ai loro occhi ci fu Varil, la capitale. Tre cerchia di mura in marmo bianco si alzavano magnifiche ed altere. La città si ergeva splendida su una bassa collina, coperta di frutteti e nelle risaie, il suo riflesso solcato da quello degli aironi in volo.
Stambo spiegò che la città si divideva in un cuore centrale, dove stavano gli aristocratici e i residenti, una parte media, sede degli artigiani, e una Cerchia Esterna, dove avevano trovato rifugio tutti quelli che erano arrivati alla città con l’unica compagnia dei loro stracci. La Cerchia Esterna era fatta di casupole con i tetti trasformati in orti, che si arrampicavano sin sulle mura, sorretti da tavole orizzontali piene di terra. Tra le viuzze buie piene di polli e dei preziosissimi furetti degli abitanti, si aprivano innumerevoli fontane e lavatoi, che erano la ricchezza degli scalcinati abitanti: e ovunque erano stesi i panni lavati dalle lavandaie e quelli stesi dai tintori.
6
Davanti alla porta grande della Cerchia Esterna c’era un capannello di uomini, un tavolo con una pergamena, un sacco, un’ampolla di inchiostro e, appollaiato su una specie di strana sedia con le ruote stava un uomo con le gambe rattrappite. L’uomo aveva un marmocchio in braccio, due cagnetti di una razza dispersa in una confusa e poliedrica genealogia accucciati ai piedi e in paio di grossi sacchi di fianco a sé.
«È Lisentrail, lo storpio», spiegò qualcuno ai due. « È stato per anni il luogotenente di Rankstrail, quando Rankstrail era Capitano dei mercenari. Lo hanno massacrato gli Orchi nell’ultima guerra, ma è vivo. È lui che sta facendo l’arruolamento. È anche il borgomastro della Cerchia Esterna».
Skardrail si mise ordinatamente in coda, dietro Stambo. Il profumo del pane fresco riempiva l’aria.
«Benvenuto nell’esercito», disse Lisentrail all’uomo con cui stava parlando, mentre gli dava un pezzo di pane fresco e un paio di mele. Era per quello che aveva i due sacchi vicino. L’uomo, un tipo piccolo, vestito di pelli di animale come tutti i cacciatori, si allontanò.
«Il prossimo! » chiamò Lisentrail. La fila andò avanti lenta e ordinata. Skardrail si guardava attorno. Uomini, donne, carri, cavalieri in armatura, soldati in uniforme, mendicanti e straccioni passavano per la grande porta guardata da armigeri con i giustacuori di cuoio e metallo, spallacci, ginocchiere e giubbe di panno cremisi. C’erano canti, veri strumenti musicali.
«Facite l’elemosina a ‘sti pezzenti », cantava una mendicante, mentre un vecchio la accompagnava con un mandolino.
Una donna vendeva dolci fatti di sesamo e miele, gridando “sesamo e miele, il croccante più buono del mondo” con una cadenza musicale, non proprio un canto, che aveva una nota prolungata sulla e di miele e sulla o di mondo. Poco più in là un’altra venditrice gridava di avere il croccante più buono dell’universo. La più convincente era la terza, la più giovane, quella che sosteneva di avere il croccante più buono della strada, l’aspirante soldato semplice Skardrail decise che se mai avesse avuto il mezzo centesimo necessario sarebbe andato da lei.
Quello che inebriava era il profumo delle caldarroste, mentre i panni stesi dai tintori ad asciugare riempivano gli occhi con l’arancio, il nero, l’indaco il rosso, lo smeraldo e l’oro, che tale diventava il giallo traversato dalla luce obliqua del sole invernale. Un colpo di vento cambiava continuamente le prospettive e gli angoli.
Il tempo passò in fretta in quella fantasmagorica ricchezza di cose da guardare, ascoltare, annusare, sognare di possedere.
«Nome? Età e da dove vieni», chiese Lisentrail.
« Stambo, signore, sono un precettore, ho cinquantanove anni e sono nato ad Alyil, ma vivo nella contea di Daligar».
«… Stambo lo Strambo… che razza di nome… non sa pronunciare la erre… », ridacchiò qualcuno di quelli in coda, ma un’occhiata di Lisentrail tacitò tutti immediatamente.
«Bravo, se arrivano gli Orchi gli insegni a leggere, così sono contenti e se ne tornano a casa loro. Che ci tieni in quel sacco?»
Senza rispondere Stambo tirò fuori un arco incrostato d’argento. Ci fu un mormorio, qualcuno fece un fischio di ammirazione. Skardrail capì che l’altro aveva condiviso i suoi arrosti per pura cortesia, perché da solo avrebbe potuto procurarsi qualsiasi cosa. Era come quando si fa la corsa con un bimbo piccolo e lo si fa vincere, Stambo aveva lasciato a lui il ruolo del cacciatore.
Lisentrail indicò molto in alto, sopra una delle case, una pianta di pomodoro.
Stambo incoccò la freccia, non sprecò tempo a mirare e tirò. Colpì il picciolo del pomodoro più maturo, che si staccò, rotolò dolcemente sul tetto obliquo e cadde nella grondaia dove l’uomo più vicino lo ricuperò tra grida e risa.
«Mezzo elfo?», chiese Lisentrail.
«Ehem, un quarto, signore».
«Guaritore? »,
«Sì signore, guaritore e speziale. Conosco bene le erbe».
«Sul fronte di Malevento. È il punto dove è difficile che ci sia l’attacco, è un posto tranquillo, e non ho un guaritore. Il signore te lo puoi risparmiare per quando parli con qualcun altro. Sei sergente arciere e guaritore. Mele, pane, un conio d’oro e venti soldi per le piccole spese. Firma qui. Oggi e stanotte sei ancora libero. Domai all’alba dai questo pezzo di pergamena alla caserma e ti daranno armi e uniforme e poi ti manderanno dai fabbri che ti prendono le misure per l'elmo e la corazza. Domande? Nessuna. Vai. Il prossimo!»
Il prossimo era l’aspirante soldato semplice Skardrail, che fece quasi in un sogno i suoi ultimi passi da aspirante soldato semplice. Ancora pochi istanti e sarebbe stato, per sempre, un soldato di sire Rankstrail anche lui. Il sogno della sua vita. Erano passi e passi che si preparava a quell’istante A ogni singolo passo, da Hidra fino a Varil, aveva preparato quell’istante.
Mi chiamo Skardrail, ho sedici anni vengo da Hidra.
Mi chiamo Skardrail, ho sedici anni vengo da Hidra.
Mi chiamo Skardrail, ho sedici anni vengo da Hidra.
Se l’era ripetuto ad ogni passo, per essere sicuro di non sbagliarsi, per averlo pronto. Come tutti i nati poveri Skardrail aveva un’idea elastica dell’onestà. La verità essendo il bene più prezioso dell’umanità, meglio centellinarla. Le cose preziose non si sprecano.
Mi chiamo Skardrail, ho sedici anni vengo da Hidra.
Si chiamava innegabilmente Skardrail, veniva senz’altro da Hidra e 16 e 12 erano due numeri molto simili, cominciavano entrambi per uno, erano entrambi divisibili sia per due che per quattro. Una volta, a Thidra, la città fluviale orca gemella di Hidra, gli avevano indicato due fratelli di centododici e centosedici anni, cioè praticamente, a detta di tutti, della stessa età.
Arrivato davanti a Lisentrail, non aspettò nemmeno che l’altro chiedesse.
«Skardrail. Sedici anni. Vengo dalle paludi di Hidra, a est, proprio in fondo al regno, a est», disse di un fiato. Troppo veloce. Le sillabe dei sedici anni se le era praticamente mangiate. Aveva ripetuto due volte che veniva da est. Lisentrail lo guardò attentamente prima di rispondere.
«Lo so dov’è Hidra, figliolo. È a est, d’accordo. Adesso guardami bene in faccia. Lo sai chi sono io, vero? »,
«Sì signore, sei Lisentrail, lo storpio »,
«Lisentrail può bastare, che sono storpio me lo ricordo da me. Comunque, figliolo, sono uno che non mi puoi fregare e mi dai fastidio quando ci provi. Ricominciamo da capo. Quanti anni hai?»
«Sedici meno un giorno», contrattò educatamente Skardrail.
«Figliolo, tu non arrivi a quindici. Forse ti arruolo, forse, perché sono buono e ho bisogno di tutti, ma non mi contare storie che mi irrito, e quando sono irritato divento antipatico. Forse ti arruolo e perché vieni da Hadra, cioè sei un mezzo orco, perché se non eri un mezzo orco non venivi a fare la guerra da ragazzino. Prima che uno era un mezzo orco lo pensavi, ma non lo dicevi in faccia a nessuno, ma da quando Sire Rankstrail ci ha detto a tutti che lui è un mezzo orco è diventato come dire a uno che è alto o che è basso. Sei un mezzo orco come sire Rankstrail che di anni ne aveva quattordici quando ha cominciato a fare il soldato, mentre Sire Arduin la Buonanima, di anni ne aveva tredici, dicono, quando ha cominciato a fare il re e ci ha salvato la testa a tutti, noi uomini, voglio dire, che anche se era un Orco ha fatto il re per noi »,
«Quello lì non arriva a tredici, è un ragazzino, non lo puoi arruolare. Noi siamo Uomini, noi non facciamo la guerra con i bambini. Rimandalo a casa da sua madre», intervenne Stambo. Skardrail rimase allibito per il tradimento, ammutolito davanti a quella catastrofe. Fu una secchiata di acqua gelida sulla sua fede nel prossimo e nella bontà umana.
Lanciò a Stambo un’occhiata di fuoco.
«Ti sto salvando la vita ragazzino, » gli disse fermo e serio l’uomo. «Non puoi arruolarti e hai sbagliato a pensare che te l’avrei lasciato fare».
Skardrail barcollò. Tutta la sua vita stava per per perdere il suo asse, la sua missione compromessa. E quello che era peggio, il traditore lo aveva anche mantenuto a messe anitre e mezzi fagiani arrosto.
«Uomini, scusate se vi sembro invadente, non vi secca se decido io? Prima cosa, se dovete fare il militare, imparate tenere la bocca chiusa tutti e due. Se qualcuno vi ha mai detto che io o qualunque altro superiore vi permettiamo di fare le discussioni, vi hanno raccontato delle storie». Lisentrail si rivolse a Skardrail.
«Ce l’hai una madre?» chiese. Skardrail scosse la testa.
«Sai pescare un pesce re?» chiese ancora.
«Certo, fin che ne vuoi», rispose Skardrail speranzoso. «Anche dieci in una giornata, anche di più se ti serve».
«Bene. Sei orfano e campi facendo il contrabbandiere. Sei un contrabbandiere, vero figliolo? I contrabbandieri ogni tanto crepano portati via dalle piene del fiume e ogni tanto crepano ammazzati a bastonate da altri contrabbandieri che vogliono prendergli i pesci re o il legno aureo. Qualche volta finiscono anche in galera, che non sono posti confortevoli, soprattutto se sei molto giovane. Quindi per un orfano contrabbandiere il posto più sicuro è ancora l’esercito. In più Hidra è maledettamente esposta, è molto facile che attacchino lì. Ti arruolo, campi di più nell’esercito che a casa tua. A Malevento anche tu, un giovane contrabbandiere e un vecchio precettore, vi mando a pattugliare le frontiere, che anche quello bisogna farlo, così fate un lavoro utile, ma ne ve ne state tranquilli tutti e due. A salvare i Nani ci mandiamo qualcuno più esperto, senza offesa, ma voi due sarete utili lo stesso. In tutti i casi probabilmente ce ne staremo buoni ancora sei mesi, un anno, per quando servi sarai un po’ cresciuto e andrai bene. Magari la guerra la evitiamo, non si sa mai. Quello è un tuo superiore, se vuoi puoi chiedergli di insegnarti come si medica una ferita, e non ti permettere di mancargli di rispetto, o ti butto fuori dall’esercito a calci, hai capito figliolo?»
Skardrail annuì. Non osava neanche respirare. Ce l’aveva fatta. Oramai era il soldato semplice Skardrail.
«Mela, pagnotta, pergamena per l’uniforme. Firma qui, se non sei capace metti un croce, che va bene lo stesso. Qui c’è il tuo denaro. Quindici soldi d’argento, venti centesimi di rame e dieci mezzi centesimi di bronzo».
Anche se era al sommo della gioia, anche se gli era assolutamente chiaro di quanto fosse rischioso aprire la bocca e parlare, Skardrail osò farlo.
«Perdona, signore, scusami se parlo, posso avere un conio d’oro? Intero».
Lisentrail sospirò.
«Figlio, è lo stesso. Un conio sono venti soldi d’argento, ognuno fatto da cinque centesimi, che sono queste monetine piccole di rame. Queste più piccole sono mezzo centesimo. Se sommi fa cento centesimi, un conio. Sai contare figliolo? Forse no. Il soldo è d’argento e il conio è d’oro. Se ti do un conio d’oro è difficile da cambiare, non ti puoi comprare niente. Ma è lo stesso. Il valore è lo stesso».
«Perdona, signore, voglio la moneta d’oro», disse l’ormai soldato semplice Skardrail.
Lisentrail annuì.
Levò le quindici monete da un soldo, e le venti monete da un centesimo e le dieci da mezzo centesimo. Sostituì tutto con una moneta d’oro. «Ora levami la tua faccia da davanti», gli disse dolcemente.
Skardrail strinse la moneta nella mani con tutte le sue forze. Sopra c’era il profilo di Rankstrail.
Quello stesso straordinario giorno in cui aveva scoperto le parole mezzo orco, Folletto e mago, Skardrail aveva scoperto il denaro.
L’ormai soldato semplice Skardrail amava ferocemente il denaro.
Ne amava la forma, la lucentezza, il significato.
Ricordava ancora la commozione delle prime monete che aveva tenuto tra le mani, due pezzi di rame da un centesimo ognuno. Uno era nuovo lucente, l’altro vecchio e consunto. Sopra c’era da un lato incisa una spiga di grano, dall’altra un gallo. Assolutamente uguali su entrambe le monete. La nitidezza del disegno, il primo che vedeva in vita sua, e la mancanza della minima dissomiglianza lo avevano sbalordito ed esaltato. Era stato certo di essere di fronte a una magia, la migliore tra tutte le possibili.
La giornata in cui sua madre gli aveva messo quelle monete tra le mani non era solo il primo ricordo della vita di Skardrail, il frammento più antico dell’infanzia di cui serbasse memoria, ma anche quello che sempre rigirava nella mente di sera quando doveva staccarsi dal giorno per scivolare nel sonno.
La madre aveva passato le ore dell’aurora e dell’alba a raccogliere funghi e more nel bosco subito dietro casa loro, raccontando ininterrottamente filastrocche e fiabe per intrattenerlo, mentre lui le trotterellava dietro tutto contento, poi erano andati al mercato dove c’erano state micidiali contrattazioni, andate avanti fino al mezzogiorno per riconvertire il bottino nelle due monete di rame.
Skardrail amava le contrattazioni, quando si millantavano virtù inesistenti o si denigravano pregi evidenti, a seconda che la parte fosse quello che vende o quello che compra. Erano duelli incruenti, dove le armi erano l’arguzia, l’astuzia, la capacità di fingere e quella di conoscere i numeri, erano una specie di danza dove menzogne lievi si intrecciavano in un complesso gioco di giravolte.
«Sai che vuol dire questo?» Gli aveva chiesto la madre mostrandogli le monete. «Pane e cacio per due giorni almeno, forse tre. Pane fresco, appena fatto e formaggio stagionato. Anche mezza pinta di idromele e un pezzo di cuoio per farti i calzari. Basta camminare scalzo: si prendono i vermi».
Il denaro era allegria, pane, cacio, calzari. In denaro era vita, respiro. Il denaro era legna: travi per il soffitto, ciocchi per il camino. Il denaro era lana, cotone, cuoio. E in più, come se ancora tutto questo non bastasse, c’era la rotondità, il colore da sole al tramonto delle monete, lo spettacolare disegno della spiga e del gallo.
Era stato bellissimo.
Da allora Skardrail amava il denaro, amava chi amava il denaro, cioè tutti, ogni singolo uomo o donna o bambino. Amava i mercati, luoghi di voci, di odori, colori, luoghi dove il denaro veniva scambiato: dato via e preso, contro tutto quello che serviva per vivere.
Skardrail pensava che poche cose fossero belle come guadagnare denaro e spenderlo. La corsa delle monete, se uno la immaginava, faceva un lunghissimo torrente che si intrecciava come una doppia elica con il torrente di oche, galline, pane, cacio, legna, pentole, sidro, idromele, mele, patate che andava in senso inverso.
Il giorno della sua morte, mentre già le membra erano gelide, e il cuore cominciò a cedergli, senza più sangue da pulsare, ormai perso dalle ferite, il profilo di quello che aveva scelto fosse il suo re sul conio d’oro avuto per l’arruolamento fu la penultima cosa che gli venne in mente.
7
La sera cadde gelida e veloce. Il freddo divenne pungente. Skardrail mangiò la mela e il pane. Vagò per la città fermandosi a guardare i fuochi dei bracieri che brillavano per strada vicino ai venditori ambulanti.
Ovunque c’erano donne che ricamavano, o sferruzzavano minuscoli abiti da neonato. Il re stava per diventare padre, la principessa Aurora dopo anni di attesa e di speranza oramai quasi persa, era incinta. Da lì a un paio di mesi la città avrebbe avuto un minuscolo re da vestire e non voleva farsi trovare impreparata.
La notizia che Rankstrail stesse per diventare padre rallegrò il soldato semplice Skardrail come se si fosse trattato di un parente di primo grado. In realtà l’allegria era poca. La principessa Aurora aveva perso ogni traccia di colore e di vita. Era terrea. Scheletrica. Non si reggeva in piedi. Trascinava con una pena enorme un ventre quasi striminzito, piccolo per sette mesi di gravidanza, rinsecchito.
Il ragazzo si cercò un angolo riparato per avvolgersi nel suo mantello e passare la notte. Mozziconi di frasi arrivarono.
«…tra due mesi ci saranno feste come non mai, sarà un tripudio di dolci e vino… »
«…tra due mesi saremo in guerra, sarà un tripudio di morti ammazzati e vedove… ».
«…sempre che il bimbo riesca a nascere…».
«…non ci tiriamo la iella, non diciamolo nemmeno…».
La città era come sospesa, nel gelo, nel buio, nell’incertezza, in quel suo essere non ancora veramente in guerra, ma nemmeno in pace, con la luce di quella nuova nascita che avrebbe dovuto dare allegria su cui incombeva il timore di una tragedia che sarebbe stata immane.
I Nani erano stati deportati dagli Orchi. Il loro re era andato a riprenderli. Pareva non ci fosse riuscito. L’incredibile notizia che Rankstrail avesse mollato, serpeggiava. Bisognava fare una seconda spedizione, nella terra degli Orchi, sarebbe stata una guerra terribile, che arrivava in un momento in cui tutti pensavano di potersi fare gli affari propri, sulla propria terra in pace.
Skardrail decise di accucciarsi vicino i fuochi dei bracieri a guardare il fuoco.
Il profumo delle caldarroste era talmente denso che sembrava di poterlo toccare. Il freddo era veramente pungente. Lui guardava il fuoco e stringeva la sua moneta. Un’ombra gli si parò accanto. Alzò gli occhi. Era Stambo. Skardrail si irrigidì. Era comunque il traditore.
«Mi dispiace ti abbiano arruolato, sei un ragazzino e dovresti essere tu quello che viene protetto, non quello che va a proteggere gli altri. È una cosa da Orchi far combattere i bambini. Ma oramai ci siamo e non ci posso far niente. Tieni», disse Stambo chinandosi su di lui per mettergli nelle mani una pioggia di monete. Un soldo e cinque centesimi, calcolò rapidamente Skardrail. «Il mio pagamento per la tua cacciagione. Adesso siamo pari. Non dormire all’aria aperta, fa troppo freddo. In fondo alla strada c’è una donna che affitta dei giacigli e ne ho preso uno anche per te. Il tuo è quello più vicino alla porta. Questa è la tua ultima notte da randagio. Passala al coperto. E, ascolta. Essere un mezzo orco nato dalle violenze sulle frontiere era il sommo del disonore, prima, prima della vittoria di sire Rankstrail. Essere la madre di un mezzo orco era il sommo del disonore. Le donne si strappavano i figli dalle viscere perché non succedesse, annegavano le proprie creature ancora neonate. Ma qualcuna non lo ha fatto. Non lo ha fatto. È stata trattata da reietta, ma non ha mollato. La compassione che ha avuto per il figlio è stata più forte e un’armata di mezzi orchi si è formata. Nessuno voleva i mezzo orchi, erano reietti. Le uniche strade che avevano erano diventare banditi o diventare mercenari, due sistemi per andare alla morte rapidamente e senza lasciare progenie. Sono stati i mercenari che hanno fermato gli Orchi, ed erano gli Orchi che li avevano creati. Le armate dei principi, dei generali e dei re sono state travolte. Ma i mercenari con il Capitano, loro hanno tenuto, come uno scoglio su cui si infrange l’onda. Quindi sii fiero di te. La capacità che hai, sentire le prede, sentire il nemico un istante prima che compaia, è la tua forza. Viene a chi ha sangue Orco ma ha incontrato la compassione nella sua infanzia. Tutti i mezzi orchi l’hanno incontrata: sono tutti figli di madri che non li hanno annegati, come i mici che non vuole nessuno».
Stambo si alzò e si allontanò senza aspettare risposta.
In fondo era un buon uomo. Era venuto a dirgli che poteva non sentirsi troppo disonorato a essere figlio di un Orco. Un buon uomo. Skardrail sospirò e guardò il fuoco. In fondo Stambo aveva solo cercato di proteggergli la vita, senza accorgersi, né avrebbe potuto, che rischiava una catastrofe intralciando lui, Skardrail, nella sua missione di proteggere il mondo e sire Rankstrail.
Skardrail andò a comprarsi il dolcino fatto di sesamo e miele dalla donna che aveva quello migliore della strada, e si riempì di caldarroste. Ci affondò dentro i denti famelici, sereno come non mai, finalmente al suo posto.
Non andò al giaciglio che Stambo gli aveva pagato. Non aveva nessuna voglia di passare la notte a sentire l’odore degli altri uomini.
Se ne restò, all’aria aperta, raggomitolato nel suo mantello, insonne, a guardare il fuoco delle fiaccole.
La notte passò serena.
All’alba grida di dolore si alzarono.
La sposa del re degli Uomini, la Principessa Aurora era morta il mattino, uccisa in un atroce parto prematuro.
Quando gli Orchi avevano attaccato e il mondo degli Uomini era stato travolto, tredici anni fa, la principessa Aurora aveva impugnato la spada per combattere insieme a Rankstrail di Varil e alla Regina strega di Daligar, unici resistenti in un mondo travolta dalla barbarie dove la terra si mischiava al sangue degli sgozzati per trasformarsi in fango. Quando gli Orchi avevano attaccato, tredici anni fa e le teste dei decapitati si erano innalzate sulle picche con la loro ronzante corona di tafani e le orbite svuotate dai vermi, la principessa Aurora aveva chinato sui feriti la sua tenerezza e li aveva curati.
Una mattina disperata sorse livida, il giorno trascorse stordito dall’incredulità e dal dolore.
Non c’era luogo, le case, le strade, dove risuonasse il pianto.
Le campane suonarono a morto per tutta la lunghissima giornata.
L’ orgoglio delle mura di marmo bianco fu interrotto dai drappi neri del lutto.
Il neonato, però, una bimba, era sopravvissuta. I corredini non erano stati ricamati invano.
Le levatrici con gli occhi fuori dalla testa raccontarono di un parto atroce. Il liquido salato dove la bimba era immersa era piena di uno strana sostanza che sembrava metallo liquido, era metallo liquido, argento liquido per l’esattezza. Il metallo tossico, gelido, pesantissimo aveva invaso il ventre della regina uccidendola. La bambina si era salvata a stento e solo perché i principi taumaturghi da Daligar, Erbrow e Joss erano riusciti, a costo di una fatica talmente immane che era diventata dolore, a salvarla.
E ora, un pezzo alla volta, tutti i pezzi cominciarono a combaciare.
Il popolo dei Nani era stato deportato dagli Orchi per lavorare in tenebrose miniere all’estrazione dell’argento liquido, tetra sostanza che da sempre gli Orchi usavano per un oscuro scopo, uno sconosciuto incantesimo.
Skardrail sapeva cosa era l’incantesimo dell’idrargirio. Lui veniva da est, molto a est. Dove era vissuto lui queste cose si sapevano.
Per la prima volta Skardrail si sentì solo. Corse nella Città vecchia e rimase immobile a lungo sulle finestre della reggia. Lì dentro da qualche parte la bimba, la figlia del suo re colpito a cuore, viveva e respirava, senza nessuno che sapesse spiegarle che cosa era.
Doveva parlarne a qualcuno.
Cercò Stambo.